"Un bambino prodigio" di Irène Némirovsky

Pubblicato il da vocelibera2011

Quando non seppe più cantare, il dolore lo straziò.

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Tra i racconti di Irène Némirovsky (Kiev, 1903 - Auschwitz, 1942) spicca certamente Un bambino prodigio (Un enfant prodige), pubblicato a soli 24 anni nel 1927. È una storia ambientata tra case lussuose e bassifondi sul mar Nero, e parla di un bambino irrimediabilmente diviso tra due mondi, segnato - come l'autrice - dal conflitto tra due vite inconciliabili. La scrittrice abbandonò con la famiglia la patria Kiev al tempo della rivoluzione bolscevica per non farvi più ritorno; trasferitasi in Francia cercò in ogni modo di assimilarsi, ma il senso doloroso di un esilio, di uno strappo insanabile, l'accompagnò per tutta la vita. Tanto che rifiutò la possibilità di fuga e si lasciò portare via verso Auschwitz, per non «esiliarsi due volte».

Ismaele Baruch è un bambino ebreo che frequenta i vicoli e le bettole del porto di Odessa. Circondato da poveri e disperati, delinquenti e prostitute, il bambino scopre di avere un innato talento: le canzoni che compone estemporaneamente e intona con la sua voce di bambino incantano tutti, facendo affiorare umanità e commozione in quel mondo abbrutito. Quando un nobile di passaggio si rende conto del talento del bambino decide di presentarlo alla sua amante, che immediatamente lo vuole con sé. La famiglia di Ismaele si fa pagare il piccolo a caro prezzo, e Ismaele comincia una nuova esistenza tra agi e lusso. Ma i capricci dei padroni hanno vita breve, mentre per Ismaele la nuova vita e le nuove consapevolezze che essa porterà con sé saranno distruttive, fino ad un tragico epilogo.

I bambini prodigio difficilmente possono essere felici, perché il loro talento suscita la curiosità, l'ammirazione, l'ambizione, più difficilmente l'affetto. Ismaele diventa la gallina dalle uova d'oro per la sua famiglia impoverita, un trastullo per i ricchi padroni... ma nessuno si interessa davvero ai tormenti del suo animo, nemmeno il barin che forse ha avuto un'esperienza simile alla sua e si sta distruggendo con l'alcool. Il piccolo si dibatte quindi da solo tra i dubbi e le incertezze che tormentano ogni ragazzino durante l'adolescenza, ma che in lui sono acuiti dalla sensibilità e dal senso della distanza gigantesca che divide il mondo in cui è cresciuto da quello in cui si è trasferito. Ismaele cercherà nei libri che ha imparato a leggere l'ispirazione perduta, cercherà negli occhi della "principessa" una corrispondenza di sentimenti, cercherà nel mondo colorito e disperato sul porto la leggerezza dell'infanzia... Non troverà nulla.

Irène Némirovsky ha saputo raccontare in maniera realistica, spietata eppure anche commossa, ma senza cedere ai toni patetici, il dramma di un bambino prodigio. Nel piccolo protagonista riversò evidentemente qualcosa di sé, come sempre faceva; probabilmente però senza trovare un vero conforto ai suoi tormenti personali.

 

 

«È felice così... È felice perché non conosce il suo genio... Il giorno che lo conoscerà sarà infelice. [...]»

Irène Némirovsky, Un bambino prodigio, Ismaele Baruch
Irène Némirovsky, Un bambino prodigio, Ismaele Baruch

Irène Némirovsky, Un bambino prodigio, Ismaele Baruch

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