Tra i conflitti insanabili della Palestina: "L'uomo della Città Vecchia" di Enrico Franceschini

Pubblicato il da vocelibera2011

Gerusalemme è una città antichissima, che trasuda storia e arte da ogni singola pietra; per i credenti delle tre grandi religioni monoteistiche è la città sacra; ma Gerusalemme è anche uno dei teatri del lungo conflitto tra Israeliani e Palestinesi che proprio in questi giorni sta vivendo una tragica recrudescenza. La Città Vecchia, in particolare, è divisa in quattro quartieri (musulmano, ebraico, cristiano, armeno) e ospita il Santo Sepolcro dei cristiani, il Muro del Pianto degli ebrei e la Moschea della Roccia dei musulmani: potrebbe dunque diventare il luogo privilegiato, il simbolo perfino, della convivenza e del confronto tra religioni e popoli; e invece è più spesso luogo di scontri. Questa Gerusalemme dalla storia millenaria, dalle tante culture e dai conflitti insanabili è lo scenario del romanzo di Enrico Franceschini (Bologna, 1956) intitolato L’uomo della Città Vecchia (2013).

Lo sfondo storico della vicenda è la visita di Giovanni Paolo II in Palestina nel marzo del 2000, quando il papa porse (finalmente! – è il caso di dire) le scuse della Chiesa cattolica per aver fomentato l’antisemitismo e tentò di giocare un ruolo di mediazione e di pacificazione tra tutti i discendenti di Abramo che convivono in quelle terre. In occasione di questo evento epocale l’autore immagina trame di estremisti ebrei e musulmani tese a far fallire la visita del papa, trame contrastate con mezzi più o meno leciti da servizi segreti di vari Paesi e perfino da organizzazioni terroristiche “moderate”. Tre sono i personaggi principali della storia: il giornalista italiano Paolo Farneti, il suo amico di un tempo Pietro Marulli ora frate domenicano e agente dei Servizi Segreti Vaticani e la sensuale agente dello Shin Bet israeliano Maya Mazin. I tre svolgono una missione fondamentale all’interno dell’intrigo politico-religioso, ma in realtà vengono scavalcati da decisioni e interventi che si collocano molto più in alto di loro e che essi ignorano o non intendono fino in fondo o comprendono troppo tardi.

Si resta perplessi di fronte a questo romanzo. Franceschini condanna giustamente tutti i fanatismi e gli estremismi, cristiani, ebrei e musulmani, e afferma altrettanto giustamente, attraverso il personaggio di Maya, che i conflitti che insanguinano la Palestina sono di natura politica e non certo religiosa (la religione è solo l’autorevole pretesto). Le strategie dei servizi segreti israeliani, vaticani, americani e i loro rapporti con le varie organizzazioni musulmane vengono svelati nelle logiche spesso spietate della Realpolitik che li governano, oltre ogni mistificazione e abbellimento propagandistico. Le questioni religiose sono affrontate con uno scetticismo ironico che è una delle note migliori del libro e al tempo stesso spinge a porsi delle domande. Tuttavia il romanzo lascia, alla conclusione, l’impressione non gradevole di non aver affrontato fino in fondo i temi complessi e drammatici che tocca.

Anche dal punto di vista narrativo il romanzo non è esente da difetti. Il ritmo è sostenuto, il (doppio) giallo ben costruito, la suspense garantita. Tuttavia i tre personaggi principali appaiono piuttosto stereotipati e anche la storia di amicizia e d’amore che li lega e li divide piuttosto convenzionale; inoltre l’intrigo che si attribuisce agli haredim, gli estremisti ebrei, ricorda certe trame dei romanzi di Dan Brown e come quelli, pur seminando un più che ragionevole dubbio, non riesce ad evitare la tentazione di un romanzesco piuttosto trito. Insomma, si tratta di un libro che vuole “acchiappare” i lettori (come peraltro ha dichiarato lo stesso scrittore) ricorrendo agli strumenti che attirano il pubblico medio: thriller, amore e sesso, ambientazione esotica… e riesce perfettamente nell’intento.

Per tutti i motivi che si sono esposti il romanzo può certamente offrire ad una larga fascia di lettori l’occasione di conoscere una realtà tormentata attraverso una storia accattivante raccontata con brio e ironia, ma L’uomo della Città Vecchia non è un libro per palati particolarmente esigenti. E da un libro che tratta questioni scottanti e attualissime, da parte di un giornalista che ha vissuto per anni a Gerusalemme anche durante la Seconda Intifada, era legittimo aspettarsi di più. Paolo Farneti è l’alter ego di Franceschini, che fu appunto inviato del quotidiano la Repubblica in occasione della visita di Giovanni Paolo II in Palestina e condivide con il personaggio l’approccio scettico alle tematiche religiose; ma si tratta di una figura in fondo mediocre e certamente, dei tre protagonisti, quella con meno spessore. L’autore ha affermato di aver voluto scrivere un romanzo su Gerusalemme, sull’amore, sull’amicizia e sulla fede: la descrizione della città, delle sue meraviglie e dei suoi drammi, è in effetti piuttosto efficace e rivela il fascino esercitato su Franceschini da quella città di pietre millenarie; ma sui grandi temi ideali il libro non aggiunge nulla di veramente nuovo.

 

 

«Gesù è scomparso. O forse è risorto, come direbbe un cristiano»

Enrico Franceschini, L'uomo della Città Vecchia, Gerusalemme, Palestina, fanatismo religioso, estremismo religioso
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