"Le parrocchie di Regalpetra" di Leonardo Sciascia

Pubblicato il da vocelibera2011

In una Sicilia disperata ho ritrovato la sorte del mondo

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Ogni estate cerco di non farmi mancare le pagine dei miei autori prediletti, primo fra tutti Leonardo Sciascia (Racalmuto, 1921 - Palermo 1989). E così quest'anno sono tornata, per così dire, alle origini con uno dei primi libri dello scrittore siciliano, Le parrocchie di Regalpetra (1956), che ancora mi mancava all'appello. È stato detto che quest'opera contiene in sé tutto quello che Sciascia ha poi scritto in seguito e in effetti è così, come lo stesso autore riconosceva ribaltando però la valenza negativa del giudizio critico. Ci sono la Sicilia, il trasformismo opportunista, la mafia, la corruzione... e lo sguardo acuto, ironico e amaro dello scrittore che con dolore registra e discute situazioni, personaggi ed eventi. La scrittura è già quella limpida, lucida, razionale e appassionata insieme che in alcune opere successive raggiungerà poi l'apice. Nei trent'anni a seguire lo scrittore avrebbe poi precisato, approfondito, aggiornato fatti e problemi che già compaiono in questo libro.

Come spesso accade con Sciascia, siamo davanti ad un'opera di difficile definizione. Un saggio, in effetti, ma esposto alla maniera di un romanzo, grazie alla capacità straordinaria, tutta sciasciana, di delineare luoghi e persone in maniera affascinante. Regalpetra, avverte lo scrittore, non esiste: ma è semplicemente ovvio, come suggerisce ancora lo stesso Sciascia, che alluda alla sua Racalmuto che in alcuni vecchi documenti è ricordata col nome di Regalmuto; al tempo stesso si riecheggia un'altra città immaginaria ma pure reale quale la Petra di Nino Savarese. Sciascia partì da una breve cronaca di un anno scolastico scritta in prima persona (Sciascia era maestro elementare) e pubblicata con successo nel 1955 per poi allargare il discorso alla politica, alla Chiesa, alle saline e a tutte le mille realtà di cui si componeva la vita di un paese siciliano alla fine degli anni '50 del Novecento. Ripubblicando il libro nel 1967, incupito, Sciascia riconosceva alle pagine su Regalpetra un ulteriore valore, definendole «un libro sulla Sicilia che tocca i punti dolenti del passato e del presente e che viene ad articolarsi come la storia di una continua sconfitta della ragione e di coloro che nella sconfitta furono personalmente travolti e annientati»: la Sicilia come metafora (pirandellianamente) di una condizione più generale letta nei termini di un pessimismo di impronta verghiana: Sciascia raccoglieva così le eredità dei grandi siciliani delle generazioni precedenti, alla luce naturalmente della sua personale ideologia.

"Ragione" è appunto una delle parole chiave dell'opera tutta di questo scrittore che si ispirava all'Illuminismo settecentesco senza poter però condividere l'ottimismo di tanti illuministi. E insieme a "ragione", "giustizia" e "libertà" sue figlie: i valori amati e traditi, secondo Sciascia, da un'Italia che aveva saputo fare il Risorgimento e la Resistenza ma in cui poi avevano prevalso egoismo, opportunismo, arrivismo, trasformismo, corruzione; valori nei quali però Sciascia caparbiamente credeva e credette fino alla morte, anche quando ogni luce di speranza gli sembrava spenta, e che hanno dato senso e anima alla sua scrittura. Regalpetra è dunque un simbolo, ma è anche assolutamente un luogo con caratteristiche sue peculiari, che dalla dominazione borbonica all'unità nazionale al fascismo al dopoguerra ha visto imporsi i voltagabbana rampanti e collusi di vario colore, non senza la connivenza della Chiesa. Intanto, ancora nel 1954, i bambini andavano a scuola sporchi, laceri e affamati; i salinari faticavano come bestie e si rovinavano la salute per sempre, l'emigrazione portava via i giovani e intere famiglie verso un futuro che si sperava migliore e difficilmente, in effetti, sarebbe potuto essere peggiore. Sciascia descrive un mondo immobile e disperato, medievale nei suoi meccanismi politici e sociali, mentre il Paese Italia viveva il boom economico.

Il capitolo che inevitabilmente mi ha coinvolta di più è quello che ha costituito il primo nucleo del libro: Cronache scolastiche. Esso registrava il fallimento di una scuola di massa che non sapeva, che non poteva attirare a sé le masse. Perché questi bambini che sgomitavano per la mensa e vestivano stracci era impossibile che vedessero nella scuola una via di riscatto e di emancipazione: già non ci credevano più, con la stanca lucidità di chi ha visto abbastanza e non può concepire fiducia e speranza. E la scuola era lontana, le istituzioni tutte erano lontane: non riuscivano a portare tutti i bambini alla mensa, a garantire a tutti gli scolari il materiale scolastico gratuito, e quindi a convincere questi bambini di essere un'alternativa alla povertà, alla sofferenza e all'umiliazione; spesso anzi quelle stesse istituzioni erano viste come artefici di imposizioni e violenze, come nel caso delle forze dell'ordine che passavano per le case a richiamare al dovere i ragazzi che eludevano l'obbligo scolastico.

Le parrocchie di Regalpetra, scritte in tempo di Neorealismo, condividono dunque i temi popolari e la denuncia sociale del movimento, ma se ne distaccano perché prive di slancio rivoluzionario e fiducioso. A leggerle oggi, pur con tutti i cambiamenti che i decenni hanno portato con sé, sembra di sentir parlare anche della Sicilia contemporanea, dell'Italia contemporanea. Consultando le cronache odierne, che non hanno neppure l'arte e l'acutezza di quelle sciasciane, si potrebbe pensare che il tempo sia trascorso quasi del tutto invano. L'auspicio e l'impegno miei personali e di tutti gli uomini e le donne di buona volontà e dedizione rimane invece quello che un'alternativa sia costruita, pure col sudore e col sangue; e che la scuola in particolare, grazie ai suoi missionari misconosciuti e avviliti dal sistema, possa invece farsi sentire umanamente e culturalmente vicina, mezzo di vera formazione ed emancipazione dalle logiche mafiose e rinunciatarie. E, nonostante tutto, forse qualcosa si sta muovendo davvero.

 

 

«Ho tentato di raccontare qualcosa della vita di un paese che amo, e spero di aver dato il senso di quanto lontana sia questa vita dalla libertà e dalla giustizia, cioè dalla ragione. [...] Certo, un po' di fede nelle cose scritte ce l'ho anche io [...]: e questa è la sola giustificazione che avanzo per queste pagine»

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