Il mio diario di scuola - IV

Pubblicato il da vocelibera2011

Da tanto non curo questa rubrica e la ragione sta nel fatto che da mesi sto attraversando una fase di ripensamento e di pessimismo sempre più acuto nei confronti della scuola.

Come ho avuto modo di scrivere recensendo, ad esempio, Elogio del ripetente di Eraldo Affinati, ho perso gran parte dell'entusiasmo con il quale circa 15 anni fa mi sono accostata per la prima volta al lavoro di insegnante e che ho conservato per più di dieci anni.

Pur avendo incontrato, fin dall'inizio della mia carriera, dirigenti affaristi e colleghi disimpegnati e pur avendo attraversato alcune tra le più rovinose "riforme" del sistema scolastico, la mia fiducia e la mia speranza hanno retto a lungo appuntandosi su coloro che sono poi l'anima vera della scuola: gli studenti.

Il confronto, e a volte anche lo scontro, con i giovani, con le loro energie vive, con i loro entusiasmi e i loro avvilimenti, con la loro forza e la loro fragilità, con la loro disarmante ingenuità e la loro immatura malizia, mi hanno dato la carica per molti anni e la convinzione che qualcosa, seppure lentamente, potesse cambiare: camminando insieme ai ragazzi verso un futuro meno grigio.

Tuttavia trascorrendo gli anni i giovani si rivelano ai miei occhi sempre più deludenti: pigri, infingardi, subdoli; sempre meno numerosi sono invece quelli, freschi e limpidi, con i quali instaurare un dialogo.

Sono sempre più scostumati, questi ragazzi, sempre più refrattari alla disciplina e al dovere; ma la loro non è ribellione bensì un ribellismo vile, senza spina dorsale; sono sempre più abbarbicati al possesso materiale e sempre più chiusi in un microcosmo egoista e superficiale fatto di merendine, i-pod, abiti firmati.

Perché è proprio così: nonostante la grave crisi economica, ai miei studenti non manca nulla del necessario e neppure del superfluo: fatte salve rare eccezioni, sono ragazzi che hanno molto denaro a disposizione e che godono di grandissime libertà (sugli orari di rientro la sera, sulle vacanze da soli con i fidanzatini). Non hanno nulla per cui lottare e non apprezzano ciò che posseggono; pretendono sempre di più senza essere disposti ad assumersi la minima responsabilità; non danno alcuna importanza alle questioni politiche, sociali, o semplicemente collettive. L'individualismo disimpegnato impera.

I giovani sono chiaramente il prodotto del contesto che li circonda, pertanto tocca a noi che abbiamo passato gli "anta" fare una riflessione in coscienza. Io però non mi sento responsabile: avrò senza dubbio commesso anche io la mia porzione di errori (come tutti), ma sono sicura di aver sempre insegnato con passione, con amore per le mie materie e per i miei ragazzi, con la volontà chiara e forte di renderli più consapevoli del mondo e della storia e di spingerli a diventare protagonisti attivi delle loro vite. E sono certa di aver cercato in ogni modo, anzitutto attraverso il mio esempio, di comunicare loro il senso di ciò che davvero conta, al di là delle apparenze, delle mode e dei beni materiali.

Trovo sempre meno riscontri. Mi imbatto in un'indifferenza che tronca a monte qualunque scambio di idee. E mi sento sempre più stanca e sfiduciata. La mia generazione, e forse ancora di più quelle precedenti, sono riuscite a distruggere il futuro nostro e loro. E per la prima volta mi sento davvero scoraggiata ed impotente, esclusa da un meccanismo perverso nel quale non voglio entrare, ma che mi sta risucchiando.

E allora, due riflessioni derivate da fatti recentissimi.

Prima. Nel mio liceo degli studenti hanno introdotto decine di topolini bianchi d'allevamento. La loro intenzione era evidentemente quella di creare disordine e interrompere il normale svolgimento delle attività. Incoscienti e sciocchi loro; ma incoscienti anche le famiglie, che non si sono fatte sentire in alcun modo; e incosciente l'istituzione che in un piccolo centro dove tutti sanno tutto di tutti non riesce a risalire a chi abbia portato gli animaletti a scuola. L'anno scolastico scorso è accaduta la stessa cosa, quella volta però con rischio molto grave per la salute pubblica, poiché nell'istituto fu sparsa della creolina che provocò il ricovero di alcuni docenti e allievi.

Seconda. Insegno Storia e naturalmente ho il mio bagaglio di testi di riferimento. Quanto sono diventati banali, dozzinali (quando non infarciti di errori) i libri di testo attuali! Dove sono finiti quei libri di Storia che obbligavano a ragionare, che hanno lasciato un segno nella memoria degli studenti di allora? E lo stesso dicasi per i libri di letteratura.

L'opera di demolizione della coscienza parte forse proprio da qui: tutto viene appiattito, tutto semplificato, tutto svuotato. E a resistere, nuotando sempre più faticosamente contro corrente, siamo sempre di meno: facciamo perfino fatica a trovare un libro di testo stimolante e realmente utile sul quale formarci noi, prima ancora dei giovani.

Proprio la Storia insegna che non esistono punti di non-ritorno, che tutto scorre e che dalle epoche più buie sono poi nate nuove luci e nuove energie. E la stessa Storia insegna quanto sia stato importante sempre, nella rinascita, il contributo degli intellettuali. Personalmente però non riesco più a credere nel ruolo che potrei giocare come intellettuale: arranco, navigo a vista, e faccio sempre più fatica a dissimulare il mio scoraggiamento.

Più volte, e per diversi motivi, mi è piaciuto ripetere il motto "Resistere, resistere, resistere!". Non so se ne valga più la pena.

il mio diario di scuola

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