"Oggetto quasi" di José Saramago

Pubblicato il da vocelibera2011

Vi racconto l'umanità delle cose.

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José Saramago (Azinhaga, 1922 - Tías, 2010), premio Nobel per la letteratura nel 1998, è certamente uno dei miei autori prediletti, che non esito a definire un genio della scrittura. Ogni estate, quindi, mi regalo (almeno) un suo libro da godere e meditare. Quest'anno mi sono imbattuta in una sua raccolta di racconti che porta la data del 1978 e il titolo Oggetto quasi (Objecto quase). Come è noto, gli esordi come narratore di questa straordinaria penna portoghese risalgono addirittura agli anni '40 e '50 del Novecento; incompreso e osteggiato dal regime fascista di Salazar, Saramago tornò alla narrativa solo negli anni '70 (ma non aveva mai abbandonato la scrittura, pubblicando nel frattempo saggi e poesie). Oggetto quasi risale quindi proprio a quegli anni e contiene temi e atmosfere che poi Saramago sviluppò, in maniera più ampia e in una forma stilisticamente diversa e assolutamente peculiare, a partire dal decennio successivo.

I racconti di cui si compone la breve raccolta sono sei, non tutti ugualmente godibili. Il primo, intitolato Sedia, è un esercizio di virtuosismo narrativo, che tra riflessioni e descrizioni dettagliatissime, prolunga per più di venti pagine l'evento della caduta di un uomo da una sedia: il riferimento all'incidente che alcuni anni prima era capitato al dittatore Salazar è evidente e dunque condivisibile l'ironia feroce con cui viene colpito il personaggio attraverso la narrazione; tuttavia siamo davanti ad un ritmo eccessivamente rallentato, che si ritroverà anche in alcuni passaggi di romanzi successivi e costituisce la nota più pesante e meno apprezzata della scrittura dell'autore, nonostante la maestria indiscutibile. Decisamente migliori sono i racconti Embargo e Cose, con le loro trame surreali che però contengono un riferimento inequivocabile a temi attuali allora come oggi: la disumanizzazione legata alla dipendenza dalle tecnologie e al controllo del potere sulle masse in un contesto grigio e opprimente che ricorda Orwell. Delicato e malinconico è poi il penultimo racconto, Centauro, che racconta la storia dell'ultimo centauro, sopravvissuto fino all'epoca contemporanea dopo la strage della sua stirpe, e che è al tempo stesso una riflessione sull'incomprensione e la paura che la diversità suscita.

Il titolo della raccolta pone l'accento sul ruolo degli oggetti, intesi in senso lato. La fantasia sbrigliata e originale di Saramago mette al centro, con valore evidentemente emblematico, realtà considerate di norma inanimate facendone invece esseri senzienti, che infine risultano più umani degli uomini stessi. Il messaggio è assolutamente e drammaticamente chiaro e familiare anche per le nostre generazioni.

Come purtroppo è accaduto anche con altre opere di Saramago, questi racconti sono giunti in Italia solo molti anni dopo la pubblicazione in Portogallo (precisamente nel 1997) e in ogni caso non sono una delle opere dello scrittore che abbia avuto maggiore risonanza: certo, nei decenni successivi l'autore ha prodotto lavori più complessi e maturi dal punto di vista dei contenuti e stilisticamente più originali, ma Oggetto quasi resta comunque un piccolo gioiello da non dimenticare.

 

 

«[...] ma un giorno qualcuno, che per quel sacrilegio fu accecato, vide che il centauro copriva la cavalla come un cavallo e poi piangeva come un uomo. Da quelle unioni non nacque mai alcun frutto»

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