"Montedidio" di Erri De Luca.

Pubblicato il da vocelibera2011

Monte di Dio è un quartiere del centro di Napoli, uno di quei luoghi dove più radicate sono - o ci piace immaginare che siano - le tradizioni e quindi l'anima più vera della città. In questa chiave Erri De Luca (Napoli, 1950) ne ha fatto lo sfondo di uno dei suoi romanzi più belli, dal titolo appunto Montedidio (2009). Al tempo stesso, però, come spesso accade nei libri dello scrittore, i luoghi (e le storie) acquistano una valenza simbolica che potremmo definire universale.

Il giovane protagonista ha tredici anni e ormai è giunto per lui il momento di cominciare a lavorare. Garzone in una falegnameria, stringe un rapporto affettuoso con mast'Errico, suo datore di lavoro, e anche con don Rafaniello, calzolaio ebreo capitato a Napoli per sbaglio. Nel frattempo vive anche il suo primo, intensissimo amore con Maria.

Il romanzo è ambientato tra l'estate e la fine del 1960 e si immagina scritto su un rotolo di carta dal protagonista stesso. La scrittura pertanto mescola, in maniera realistica e raffinata insieme, l'italiano che il ragazzino avrebbe imparato a scuola e il dialetto che sarebbe pur sempre la sua lingua madre, incisiva e saporosa.

Il filo rosso della storia è il volo: il volo verso il cielo del bumeràn, con il quale il protagonista si allena lungamente, e il volo di don Rafaniello, che dalla sua gobba aspetta che spuntino le ali che gli permetteranno di raggiungere Gerusalemme; ma anche il volo verso il basso di un corruttore di minorenni. Come in altri suoi romanzi, senza mai rinunciare all'autobiografismo, De Luca descrive il momento cruciale della crescita, quando un bambino non è più tale e si avvia a diventare uomo attraverso le scoperte meravigliose ed entusiasmanti dell'amicizia e dell'amore, ma anche attraverso il dolore della perdita e il dramma della violenza. Come nel Giorno prima della felicità il protagonista giovane (e sempre senza nome) può contare sulla vicinanza affettuosa e saggia di adulti che gli fanno da guida, mentre il padre è assente; l'amore è una scoperta dolce e travolgente, stupefacente, ma significa anche l'inizio della lotta per la sopravvivenza, per salvare il proprio spazio e anche lo stesso amore; la conclusione è romantica e tragica insieme.

Montedidio resta impresso per la sua capacità di coniugare, senza stridori, la cruda realtà della povertà, della violenza, della morte, e un romanticismo tenero e fantastico. Inoltre il romanzo, rappresentando Napoli e le sue miserie e nobiltà, è capace di raccontare al tempo stesso l'uomo di ogni luogo e di ogni tempo. La figura di don Rafaniello, in particolare, è emblematica: il calzolaio ebreo, gobbo, che aggiusta le scarpe senza richiedere pagamento alla povera gente del quartiere, regalando dignità e umanità a persone povere e dimenticate; rosso di capelli, con i suoi occhi verdi, con quella gobba che cela ali per andare lontano, don Rafaniello è un angelo caduto, sofferente e desideroso di tornare a volare. Don Rafaniello è come la Napoli che De Luca ama regalare ai suoi lettori: bella e brutta, dolente e tenera, buia e luminosa; e vogliosa di volare. Ma in fondo la vita, non solo a Napoli, è poi effettivamente questo: un'altalena tra gioia e dolore, tra sogno e realtà, tra amore e odio, tra vita e morte.

Lascia perplessi, a dire il vero, il fatto che i giovani protagonisti di De Luca crescono sempre anche attraverso la violenza brutale, subìta ma anche compiuta, come se fosse un rito di iniziazione inevitabile. Tuttavia, anche per riflettere su questo tema, oltre che per tutti i motivi indicati precedentemente, Montedidio resta un libriccino che merita di essere letto e che può regalare qualche ora piacevole, commovente e pensosa insieme.

 

 

«Non è tutta buona la crescita del corpo, la scoperta delle cose nuove che imparo a fare. Cresce insieme anche il malamente»

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