"I quasi adatti" di Peter Høeg

Pubblicato il da vocelibera2011

Era un bambino diverso e solo, l'amore lo ha salvato.

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Una quindicina di anni fa rimasi molto favorevolmente colpita da un film intitolato Il senso di Smilla per la neve, un thriller psicologico tratto da un romanzo dello scrittore danese Peter Høeg (Copenaghen, 1957). Mi procurai il romanzo, che rafforzò il mio giudizio positivo, tanto è vero che acquistai altri due libri dello stesso autore. Tuttavia, per qualche motivo che non so ricordare, i volumetti sono rimasti a giacere sul mio scaffale della Mondadori fino a questi giorni. Poi ho preso tra le mani I quasi adatti (1992), e ho scoperto un'opera di valore davvero notevole.

Peter (il romanzo dovrebbe essere almeno in parte autobiografico), diventato adulto, marito e padre, ripercorre la sua dura infanzia di orfano disadattato nella Danimarca degli anni Sessanta e Settanta. Autore di alcuni reati e vittima di prevaricazioni, umiliazioni e violenze di ogni genere, il piccolo protagonista passa attraverso vari istituti e viene infine trasferito nella scuola Biehl dove conosce altri due allievi difficili, August e Katarina. I tre ragazzini si convincono che esista un "piano", un "complotto", messo in atto nella scuola e cominciano ad indagare, ribellandosi, ciascuno a suo modo, al sistema che li vorrebbe ingabbiare.

Il racconto è incentrato sul tema del "tempo", l'ossessione infantile di Peter che lui, diventato adulto e avendo studiato, sviluppa anche in chiave scientifica e filosofica (si citano a più riprese studiosi e opere di varie epoche: le digressioni filosofico-scientifiche sono talvolta difficili e anche pesanti, ma non devono scoraggiare: il romanzo merita!). La narrazione non segue l'ordine cronologico, l'ordine lineare imposto dalla filosofia e dalla scienza da trecento anni a questa parte, chiave di lettura - secondo Peter - solo parzialmente valida. I fatti vengono narrati seguendo le libere associazioni di idee di Peter: grazie all'amore che ha avuto la fortuna di incontrare nella vita, perfino nell'inferno della Biehl, lui ha avuto la possibilità di salvarsi; ma ha conosciuto il limite, e il rischio di oltrepassarlo definitivamente, e del suo passato conserva il rifiuto delle regole disumanizzanti che hanno rischiato di perderlo: la narrazione procede perciò senza ordine, per frammenti, come il discorso di un bambino, quel bambino che è diventato adulto ma non ha dimenticato il fanciullo che era; e tocca al lettore ricomporre il puzzle.

Per questi motivi, il libro non è semplice da seguire: soprattutto nelle prime pagine siamo catapultati in momenti e luoghi diversi dell'infanzia di Peter e orientarsi è difficile. Ma l'autore ci chiede di compiere lo sforzo di percorrere i meandri della memoria insieme al narratore, alla maniera del narratore.

Attraverso le parole di Peter veniamo coinvolti nelle vicende di ragazzi "diversi", disadattati, che la società cerca di recuperare con sistemi assolutamente dubbi, che non tengono conto delle loro diversità e dei loro bisogni specifici. Non tutti ce la fanno. Peter ce l'ha fatta, in ogni caso portando con sé cicatrici profonde, ma lo stesso non si può dire per August o per il compagno di orfanotrofio Oscar. E comunque Peter la sua salvezza non la deve certo al sistema educativo che si è occupato di lui.

Leggendo questo libro tutti noi, soprattutto chi è genitore e/o insegnante, è costretto a rimettere in discussione il sistema dell'educazione, delle regole e della valutazione. Fortunatamente siamo oltre il quadro delineato nel romanzo, ma ci sono errori che continuiamo a commettere. Mentre i casi dei bambini difficili possono insegnarci ad essere educatori migliori anche dei bambini cosiddetti normali: perché regole rigide e aspettative alte, educazione repressiva e mancanza d'amore rischiano di distruggere ogni piccola anima.

 

 

«Si può stare seduti in silenzio ad ascoltare, e in questo modo mostrare all'altro che quello che dice va bene, che non sarà giudicato. Che sei suo amico, qualsiasi cosa succeda»

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