"Se questo è un uomo" di Primo Levi

Pubblicato il da vocelibera2011

"Se questo è un uomo" di Primo Levi

Ci sono libri che probabilmente è un sacrilegio recensire, perché non è possibile aggiungere nulla ai significati e alla forza del testo e un'ulteriore parola potrebbe perfino suonare stonata. Se questo è un uomo (1947) di Primo Levi (Torino, 1919 - Torino, 1987) è uno di questi libri. Se mi arrischio a scrivere, è solo per fissare meglio nella mia stessa memoria il ricordo delle pagine più belle e terribili che una penna italiana abbia scritto sull'Olocausto.

Primo Levi era un giovane laureato in Chimica, che guardava al futuro con la curiosità e le aspettative tipiche della sua età. La guerra aveva turbato i suoi giorni, ma non le sue speranze; tanto che si era unito alla guerra partigiana. Arrestato nel dicembre del 1943, fu deportato ad Auschwitz nel febbraio del 1944: come lui stesso scrive, si rivelò una fortuna essere arrivato nel lager in quella data, perché stenti e sofferenze durarono un tempo più breve. Dopo meno di un anno, infatti, il 27 gennaio 1945, l'armata rossa liberava i pochi sopravvissuti del campo. Nei mesi trascorsi nel lager, Primo Levi sperimentò il freddo, la fame, l'incredulità, il disgusto, la paura, pure qualche piccolo colpo di fortuna... ma soprattutto comprese cosa significhi l'annientamento dell'uomo da parte di un altro uomo, cosa si provi a cercare di sopravvivere in una dimensione «al di qua del bene e del male».

Quando ho letto per la prima volta questo libro, una decina di anni fa (ammetto che non avevo mai avuto il coraggio, prima di allora, di affrontare il libro integralmente), rimasi profondamente turbata. Non dai contenuti in sé, ovviamente già noti. Anzitutto mi dette i brividi la poesia che lo scrittore colloca in apertura, una vera maledizione contro chi dovesse chiudere gli occhi di fronte all'orrore dell'Olocausto. Mi colpì poi la narrazione dei fatti, tanto più intensa e impressionante perché essenziale e raffinatissima (l'eco dell'Inferno dantesco è costante) nello stesso tempo, priva dei toni patetici di tanta letteratura e filmografia sull'argomento. Sconvolgente d'altro canto è prima di tutto l'esperienza di coloro che hanno subito l'orrore insensato del lager, capace di cancellare ogni traccia di umanità e di compassione nei carnefici ma anche nelle vittime: l'uomo trasformato in creatura disperata e spietata.

Lo scorso anno scolastico ho deciso di assegnare Se questo un uomo a due delle mie classi e quindi ho riletto il libro a mia volta. Di nuovo mi ha colpita la narrazione scarna eppure coinvolgente di un orrore indicibile; nella narrazione distaccata e cruda ho colto però anche qualche nota diversa che mi era sfuggita alla prima lettura, qualche scintilla di umanità che, sopravvissuta dentro il campo, è sopravvissuta anche nel ricordo di Levi. È il caso dell'abbraccio timido dell'adolescente Schlome «sulla soglia della casa dei morti» o della generosità disinteressata dell'operaio civile italiano di nome Lorenzo, che a suo rischio passava qualche provvista ai prigionieri del lager.

Troppo poco però, probabilmente, per restituire fiducia e speranza a chi è sceso nell'inferno di Auschwitz. Primo Levi è morto nel 1987, quaranta e più anni dopo la deportazione: nessuno è mai riuscito a dissipare il dubbio che si sia trattato di un suicidio.

 

 

«[...] giudichi ognuno [...] quanto del nostro comune mondo morale potesse sussistere al di qua del filo spinato»

Primo Levi, Se questo è un uomo, Auschwitz, Olocausto, sterminio, nazismo, al di qua del bene e del male, giornata della memoria
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