Alla ricerca del senso perduto: "I sette messaggeri" di Dino Buzzati

Pubblicato il da vocelibera2011

http://giorgiocolopi.files.wordpress.com/2011/02/cav.jpegIl racconto I sette messaggeri di Dino Buzzati (San Pellegrino, 1906 – Milano, 1972) fu pubblicato per la prima volta nel 1942 nella raccolta omonima.


Un principe poco più che trentenne parte alla ricerca dei confini del regno di suo padre e porta con sé sette messaggeri ai quali si affida per mantenere i contatti con la capitale. Sono trascorsi otto anni e mezzo quando il protagonista, tirando le somme del viaggio compiuto fino a quel momento, deve riconoscere che i confini del regno sono evidentemente irraggiungibili, mentre i contatti con la città sono diventati sempre più radi a causa della distanza crescente.
Il principe si ritrova dunque solo, in un deserto immenso e solitario, mentre i legami col passato si fanno sempre più labili e non esistono prospettive per il futuro.
 
La chiave di lettura del racconto è evidentemente simbolica, come nel celeberrimo romanzo dello stesso autore Il deserto dei Tartari (1940): l’uomo è dolorosamente costretto ad ammettere che il senso ultimo della vita gli resterà per sempre sconosciuto.
Il racconto presenta però immagini e toni molto più suggestivi e struggenti rispetto alla desolazione deprimente che domina nel romanzo. E soprattutto, mi pare, è diverso l’atteggiamento dei due protagonisti.
Giovanni Drogo, nel Deserto dei Tartari, resta in attesa – si potrebbe aggiungere: passivamente; al contrario, il principe dei Sette messaggeri va alla ricerca di qualcosa e non rinuncia al viaggio, neppure di fronte all’evidenza della sua inutilità, in una orgogliosa affermazione di sé.
 
Forse è perfino possibile spingersi oltre nell'interpretazione. Piace leggere nel protagonista del racconto una reazione positiva alla consapevolezza dell’impotenza: la ricerca diventa essa stessa il senso, l’unico possibile, ma sufficiente a dare dignità all’esistenza.

 


«Non esiste, io sospetto, frontiera, almeno nel senso che noi siamo abituati a pensare. Non ci sono muraglie di separazione, né valli divisorie, né montagne che chiudano il passo. Probabilmente varcherò il limite senza accorgermene neppure, e continuerò ad andare avanti, ignaro»

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