Contro ogni superstizione e fanatismo. Recensione a "Vita di Galileo" di Bertolt Brecht

Pubblicato il da vocelibera2011

http://t0.gstatic.com/images?q=tbn:ANd9GcRj-nwhIEQ8T_1CA_C4fY5d3ILTkHWDoEVZfc7TqwQbHkgHKzdtIn un arco di tempo molto ampio, dagli anni precedenti lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale fino a quello della sua morte, lo scrittore tedesco Bertolt Brecht (Augusta, 1898 – Berlino, 1956) lavorò ad un dramma in 15 atti dedicato allo scienziato Galileo Galilei (1564-1642), Vita di Galileo (Leben des Galilei).

 

Galilei è definito giustamente il padre del moderno metodo scientifico, fondato sull’osservazione e sulla sperimentazione e non più sul "principio di autorità", ovvero sulla riproposizione pedante e sterile di un sapere erroneo o comunque insufficiente ereditato dal passato. Egli non solo demolì i princìpi su cui la cultura scientifica del suo tempo ancora si basava, ma incrinò anche l’intero sistema di valori morali e religiosi che a quei princìpi era collegato.

Per questi motivi, negli anni bui in cui l’Italia era stretta dalla doppia morsa della Controriforma cattolica e della dominazione della (cattolicissima) Spagna, lo scienziato dovette comparire per due volte di fronte al Tribunale dell’Inquisizione, nel 1615 e nel 1633. La prima volta ricevette solo una blanda ammonizione, la seconda fu sottoposto ad un processo molto duro e finì con l’abiurare. Trascorse gli ultimi anni della sua vita confinato in una villa ad Arcetri, vicino a Firenze, proseguendo, nonostante la condanna e nonostante i gravissimi disturbi alla vista, i suoi studi.

 

Il dramma di Brecht si presta a diverse letture e interpretazioni e la questione è resa certamente più complessa anche dal fatto che l’opera ha avuto più redazioni. È anche probabile che, se l’autore non fosse venuto a mancare, sarebbe ancora ritornato a rielaborare il testo. Tuttavia possiamo azzardarci a dire che sia piuttosto un bene che l’opera sia rimasta “aperta”. Forse, anche vivendo più a lungo, lo stesso Brecht non l’avrebbe “chiusa” mai. Essa tocca infatti temi difficili e drammatici su cui non è semplice esprimersi in maniera definitiva.

 

Il celebre monologo del protagonista nella scena XIV e alcune affermazioni dell’autore nelle Note alla Vita di Galileo (anch’esse rimaste incompiute) dipingono Galilei come un personaggio prevalentemente negativo. Nella scena XIV, infatti, lo scienziato ripercorre la propria vita dedicata alla scienza e si riconosce responsabile di una gravissima colpa: aver tradito il popolo e la missione di scienziato per la propria sicurezza personale: abiurando egli ha allontanato la scienza dalla società e l’ha resa schiava del potere.


Non si può però attribuire ad un solo uomo la responsabilità di un processo storico di tale portata.

Il Galileo di Brecht non disdegna i piaceri della vita, il cibo saporito, il buon vino; abiura per paura. Dunque non è un eroe epico, capace di ergersi incrollabile contro i colpi del nemico o del Fato, dimentico di sé fino all’estremo sacrificio. È un uomo, con le sue debolezze e fragilità.

Perciò nel tracciare il bilancio della propria vita il personaggio appare troppo severo. L’umanità ama le figure eroiche, finendo però spesso col delegare ad esse quello che dovrebbe essere l’impegno di ognuno. Più uomini insieme, più generazioni di uomini, possono realizzare conquiste grandiose di civiltà e di modernità, aggiungendo ciascuno un tassello al mosaico.

Delle fratture nette e delle vittime sacrificali sono inevitabili. Questo però non significa che non sia importante, fondamentale, il contributo di ogni singolo uomo. Seppure con qualche tentennamento.

 

Brecht compose la prima versione del dramma negli anni del nazismo e sapeva bene cosa significassero l’oppressione del libero pensiero e il tentativo di annientare, insieme ad esso, l’umanità più autentica dell’uomo. Continuò a lavorare sull’opera mentre si studiava la scissione dell’atomo e poi ancora dopo Hiroshima, quando si ripropose tragicamente il problema del rapporto tra scienza e morale.

Col trascorrere degli anni, il suo Galileo, che era stato nella prima versione della Vita l’eroe della resistenza all’oppressione del libero pensiero, diventa invece uno scienziato appassionato ma per nulla incline al sacrificio e per questo traditore della propria missione e dell’uomo.

Il dramma si chiude perciò emblematicamente sulle parole di Andrea, il discepolo di Galilei in partenza per l’Olanda a cui sembra essere stato affidato il testimone della missione: «Davvero: siamo solo al principio». Su di lui e sul suo incrollabile mito eroico si appuntano evidentemente le speranze dell’autore.http://t2.gstatic.com/images?q=tbn:ANd9GcQfigA-lldectmC0yP-EEO4lY9v8jK-FEiCEiNmtzjXtLbMyONpew

 

Di certo il Galileo di Brecht riflette dilemmi e drammi attuali ancora oggi.

La nostra è un’epoca in cui meccanismi più subdoli rispetto al passato (ma non per questo meno pericolosi) rischiano di minare alla base il libero pensiero. C’è una tendenza alla massificazione che sembra incontrastabile; la scuola e l’università, entrate nel circolo vizioso delle riforme demolitrici e della demotivazione degli insegnanti, troppo spesso abdicano al loro compito formativo, culturale e critico; i “media” propinano per lo più la stessa minestra variamente riscaldata ed è molto difficile rintracciare voci dissonanti, che non lo siano solo occasionalmente per amor di fama o per interessi di altro genere.

D’altro canto questo è anche un tempo in cui la questione del rapporto tra scienza e morale non può, e non deve, essere ignorata. Galileo Galilei poté affermare nelle sue Lettere copernicane che la scienza e la Bibbia possono convivere perché hanno finalità diverse: la scienza, la comprensione dei meccanismi della natura; le Sacre Scritture, la salvezza dell’anima. Oggi però che la scienza è arrivata ai confini dell’anima (mi si consenta questa immagine decisamente enfatica) con la procreazione assistita o l’eutanasia o la clonazione; oggi che è chiaro (benché non piaccia a tutti) che la morale non è appannaggio esclusivo dei cristiani e neppure, più in generale, dei seguaci di una religione; oggi la soluzione galileiana non può più essere semplicemente e semplicisticamente ripresa.

 

Nuovi tempi e nuove frontiere richiedono nuovi dibattiti, in competenza e in coscienza. Ma non è assolutamente facile. Anche chi, come me, sostiene con entusiasmo e convinzione la libertà del pensiero e della ricerca scientifica, si ferma perplesso e dubbioso di fronte al discrimine incerto tra la vita e la morte, chiedendosi dove sia il confine e se, e fino a che punto, sia lecito che la scienza lo valichi.

 

 

(Andrea, ex allievo di Galilei, risponde allo scienziato ormai vecchio che ammette di aver servito i potenti e di aver tradito la sua professione – n.d.r.) «Ma non posso credere che quella vostra crudele analisi sia l’ultima parola»

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