Davanti allo specchio: "L’uomo duplicato" di José Saramago

Pubblicato il da vocelibera2011

http://ecx.images-amazon.com/images/I/31qSoROyNxL._SL500_AA240_.jpgL'uomo duplicato (O homem duplicado) è un romanzo del 2002 di José Saramago (Azinhaga, 1922 – Tías, 2010), scrittore portoghese vincitore del premio Nobel per la Letteratura nel 1998.

 

Un professore di Storia di scuola media, dal nome imbarazzante di Tertuliano, vive una vita piuttosto scialba e solitaria, attraversata da una vaga inquietudine. Un giorno, guardando su videocassetta un film senza pretese di qualche anno prima, egli scopre che uno degli attori secondari gli assomiglia straordinariamente. L’evento scuote la vita del trentanovenne professore, che non si dà pace finché non riesce a rintracciare il suo sosia, l’attore emergente António Claro. Al primo incontro la somiglianza si rivela effettivamente perfetta, perfino nella data di nascita, nelle cicatrici e nelle dimensioni del pene; in breve tempo essa diventa un’ossessione che divide irreparabilmente i due uomini. Nel frattempo altre persone vicine ai protagonisti sono state coinvolte, più o meno consapevolmente, nella storia. L’epilogo è tragico e grottesco nello stesso tempo.

 

Il romanzo è sicuramente molto ben costruito dal punto di vista narrativo, tanto da incuriosire fino all’ultima pagina. Come nel suo splendido Cecità (1995), Saramago dimostra inoltre la capacità straordinaria di sviluppare intrecci verosimili partendo da un esordio surreale. Conserva sempre anche quel suo peculiarissimo stile in cui le battute dei personaggi non sono delimitate da virgolette e si giustappongono separate semplicemente da virgole, a rendere così efficacemente l’avvicendarsi spesso concitato degli interventi. L’ironia amara dell’autore accompagna costantemente la narrazione.

Tuttavia, giunti alla conclusione, si può restare delusi. Tutto sembra infatti subordinato al tema del “doppio”, in una storia senza anima con qualche passaggio perfino banale.

 

Indubbiamente manca, a questo romanzo, la fantasia visionaria di Cecità. Riflettendo, però, il primo giudizio va, almeno in parte, corretto.

È evidente, ancora una volta come in Cecità, l’intento dell’autore di rappresentare simbolicamente la realtà contemporanea; e la mancanza di sentimenti profondi, la meschinità e la viltà dei due protagonisti fanno evidentemente parte del quadro che Saramago vuole offrire.

Tertuliano è un uomo scontento, ma spaventato dalle passioni forti; ha delle buone idee circa l’insegnamento della Storia che potrebbero dare al suo lavoro e alla sua vita una scossa positiva, ma gli manca il coraggio di portarle avanti. Egli vive in questo limbo per quasi quarant’anni, fino a quando non si ritrova di fronte, in qualche modo, a se stesso, e deve fare i conti con il suo passato, il suo presente e il suo futuro. Dopo gli eventi narrati nel libro, la vita di Tertuliano non potrà più essere la stessa e di certo non potrà essere più autentica.

Lo scrittore mostra come spesso restiamo estranei a noi stessi. Se il rapporto con l’ “altro” ci spaventa, ciò dipende dal fatto che è a noi che manca una identità definita. Viviamo terrorizzati dalla nostra umanità più profonda; incapaci di affrontare gli eventi con determinazione; costretti, per questo, ad una parvenza di vita, priva di emozioni e di progetti, o ad una vita ugualmente fasulla in cui siamo attori consapevoli di ruoli che non ci appartengono (ma che sono gli unici possibili, se vogliamo sopravvivere, e dunque finiscono con l’appartenerci). L’epilogo non può essere diverso dalla tragedia. Tuttavia questa tragedia è banale e grottesca al tempo stesso, perché alle nostre vite manca l’imponenza della tragedia classica.

L’opera è profondamente pessimistica. Una certa positività è riservata ai soli personaggi femminili, secondari rispetto ai due protagonisti ma ad essi molto vicini. La sorte di queste donne, però, sembra segnare la sconfitta della sensibilità, della coerenza, del buon senso, della passione.

 

Da tutti questi aspetti può scaturire evidentemente, istintivamente, la prima sensazione di delusione di fronte al romanzo: dal quadro farsesco e senza luce.

Si può allora ritornare a quello che, nonostante la vicenda devastante, sembra invece un messaggio di speranza, quello che emerge da Cecità: l’uomo possiede un’umanità positiva, nel fondo di sé, che può salvarsi e salvare anche quando tutto sembra perduto, quando la bestialità sembra prevalere, quando un’oscura apocalisse sembra abbattersi sulle nostre piccole vite meschine (e forse non a caso, anche lì, il depositario di questa opportunità è un personaggio femminile).

 

 

«Lui (Tertuliano, n.d.r.) non ha risposto, si è limitato ad annuire con il capo, mentre pensava che il peggiore di tutti i muri è una porta di cui non si è mai avuta la chiave, e lui non sapeva dove trovarla, e non sapeva neppure se quella chiave esistesse»


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