E nonostante tutto crederci ancora: "Togliamo il disturbo" di Paola Mastrocola - I parte

Pubblicato il da vocelibera2011

http://image.nanopress.it/r/138X91/letteratitudine.blog.kataweb.it/files/2011/03/paola-mastrocola.jpgNel 2011 la professoressa Paola Mastrocola (Torino, 1956) è tornata a parlare di scuola in un nuovo saggio intitolato Togliamo il disturbo. Il sottotitolo, Saggio sulla libertà di non studiare, introduce già ai toni provocatori, ma non per questo meno impegnati e credibili, del libro.

 

Il saggio è suddiviso in tre parti, come spiega la stessa autrice: nella prima viene descritta la scuola attuale (in particolare il liceo, che appartiene all'esperienza diretta della scrittrice); nella seconda si traccia la storia delle vicende che hanno condotto alla situazione contemporanea; nella terza si propone una soluzione per restituire significato e utilità alla scuola italiana.

Come La scuola raccontata al mio cane, anche questo saggio mi trova sostanzialmente concorde. Con qualche distinguo.


Il ritratto della scuola attuale offerto dalla Mastrocola è forse troppo pessimistico, pur cogliendo nel segno di alcuni gravi problemi di fondo.

Insegno da dodici anni e non mi sento - come invece fa la scrittrice - di segnare una cesura a una decina di anni fa. Non mi sembra, voglio dire, che la situazione fosse 10 anni fa tanto migliore e oggi invece tanto deteriorata: piuttosto mi è capito di notare un divario crescente, questo sì, tra gli studenti che giungono al liceo con una preparazione di base buona o anche ottima (a volte oltre le mie stesse aspettative) e quelli che invece si iscrivono al primo liceo ignorando i meccanismi delle quattro operazioni o la differenza tra "a" ed "ha". Mentre in anni passati registravo la presenza di un gruppo intermedio, con una preparazione di base accettabile, oggi questo gruppo è pressoché scomparso. Naturalmente questa circostanza rende quanto mai difficile, in una prima classe di liceo, omogeneizzare il livello di preparazione o comunque colmare parzialmente il divario: il rischio è quello che i più preparati si annoino e perdano interesse e motivazione mentre si cerca, spesso inutilmente perché per molti è davvero ormai troppo tardi, di rimediare alle lacune gravissime degli altri. Il risultato ultimo è quello di un appiattimento generale e di una grave perdita di senso del lavoro scolastico.

Non penso neppure, d'altro canto, che siano così generalizzati il disinteresse e il disamore di ragazzi e famiglie per la scuola e lo studio teorico, astratto. Per quanto le percentuali siano basse, troppo basse certamente, io riscontro ancora un numero non disprezzabile di ragazzi che, pur non disdegnando abiti e tecnologie alla moda, riservano anche allo studio una porzione considerevole del proprio tempo e del proprio impegno.http://www.diregiovani.it/codimmagine/3439/studio_scuola.jpg

E non è vero che i ragazzi all'ingresso a scuola siano così tristi, come li vede la professoressa Mastrocola.


D'altro canto è del tutto vero che l'ignoranza grammaticale dilaga, che i ragazzi di oggi non hanno cognizioni precise dello spazio e del tempo, che troppo spesso non comprendono il significato di testi semplici, che dispongono di un vocabolario poverissimo, che utilizzano male le potenzialità delle nuove tecnologie.

Come è vero, purtroppo, che tanti adulti, genitori e, ahimé, insegnanti, svalutano loro per primi il valore dello studio inteso come applicazione costante e prolungata, come acquisizione e rielaborazione di dati.


Come contrastare i fenomeni negativi? Rispetto alla Mastrocola credo che si debba accettare l'idea, per qualche tempo, di abbassare di un po' gli obiettivi minimi. E penso che nella nostra diversa impostazione abbia un peso determinante la differenza di età che ci separa.

La scrittrice appartiene ad una generazione, anzi all'ultima generazione, che ha frequentato scuole dove, pur essendo innegabili dei limiti (classismo, nozionismo fine a se stesso...), si studiava e si imparava molto. Ai suoi occhi non può che apparire effettivamente desolante il quadro della scuola attuale, lontana anni luce da quella.

Il mio caso è diverso: io ho frequentato le pessime scuole post-sessantottine, il frutto peggiore della rivoluzione, scuole velleitarie ma di fatto per lo più inefficienti. La formazione di cui dispongo è frutto di un impegno mio personale, pressoché da autodidatta: come tale presenta sicuramente dei limiti (quanti classici italiani, francesi, russi, tedeschi... non ho letto integralmente!), ma anche dei vantaggi, perché è una formazione più fresca, più problematica, nata da un'esperienza non mediata, non indirizzata, spontanea.

Inoltre io appartengo alla generazione dell'ultimo boom economico, quello degli anni '80: personalmente ne rimasi esclusa, perché la mia famiglia era tutt'altro che benestante, però vedevo intorno a me coetanei vestiti alla moda, con carte da cinquantamila lire in tasca, e ammetto di averli invidiati. Se dunque i ragazzi di oggi apprezzano e ricercano un certo benessere non mi sento di condannarli: penso piuttosto, e in questo senso cerco di indirizzarli e lo stesso faccio con mio figlio, che si debba insegnare ai giovani il valore di ciò che posseggono (e che troppo spesso ignorano o trascurano, pensando di vivere in un eterno Eldorado) senza demonizzarlo e al tempo stesso instillando anche altri valori di cultura, civiltà, solidarietà.

Tutto questo per dire che la situazione è forse meno disperata di quel che appare alla Mastrocola (la quale però forse "forza" anche un po' il quadro, per portare avanti il proprio discorso - non lo escluderei), ma che per invertire la rotta, per rimediare ai danni epocali del peggiore '68, occorre ripartire dal basso. Questo non vuol dire rinunciare a Tasso o a Tolstoj , ma significa accompagnarli anche ad altro.

I miei studenti sudano su Dante, Ariosto, Leopardi, Pirandello... Al tempo stesso però mi piace far leggere loro anche qualcosa di contemporaneo, di livello certamente non paragonabile, ma che comunque faccia una breccia e lasci un segno; e possibilmente li appassioni alla lettura e li spinga a farsi domande, a riportare a sé i temi dei libri che loro, a torto, tendono ad avvertire come cosa irrimediabilmente distante.

In questo modo ottengo mediamente maggiore successo rispetto a colleghi che si ostinano ad assegnare come letture aggiuntive al programma letterario altri classici.


Il ritorno ai classici richiede del tempo: i ragazzi oggi non sono irrimediabilmente perduti, ma pagano lo scotto di essere figli dei figli del '68 e non sono pronti, non sono preparati ad un discorso di livello molto alto: tocca a noi, con il tempo, la pazienza e la passione, rieducare noi stessi e loro.

Innanzitutto noi stessi, come vedremo seguendo la seconda parte del saggio della Mastrocola.



«Infine: ma non è che a noi, in fondo, la scuola non è mai piaciuta ed è da almeno quarant'anni che cerchiamo di distruggerla?»

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