E nonostante tutto crederci ancora: "Togliamo il disturbo" di Paola Mastrocola - III parte

Pubblicato il da vocelibera2011

9788860881649_togliamo_il_disturbo_saggio_sulla_liberta_di_.pngCome dunque risolvere il problema del degrado della scuola italiana? Come restituire valore e credibilità al sistema educativo del nostro povero Paese?

La soluzione illustrata dalla professoressa Mastrocola ha il difetto di riservare uno spazio eccessivo alla formazione letteraria in senso stretto, ma per il resto è del tutto condivisibile.

 

La professoressa Mastrocola propone la sua personalissima ricetta come solo un'umanista innamorata dei classici potrebbe fare: partendo da un canto del Paradiso dantesco. Si tratta del famoso canto VIII nel quale si racconta il passaggio di Dante attraverso il cielo di Venere. Tra i cosiddetti "spiriti amanti" che vengono incontro al viaggiatore in questa sfera, il poeta incontra quella di Carlo Martello d'Angiò, suo contemporaneo morto prematuramente. Proprio il giovane sovrano illustra a Dante la concezione medievale degli influssi astrali: ogni uomo nasce sotto una certa stella e ne riceve delle inclinazioni; se queste saranno assecondate, l'uomo riuscirà a realizzare se stesso; se invece saranno ignorate e il giovane sarà forzato a seguire una strada diversa, sarà incapace di svolgere al meglio il proprio ruolo con grave danno personale e dell'intera comunità.

Ottocento anni dopo il canto di Dante offre dunque uno spunto di riflessione ancora validissimo (tralasciando naturalmente la questione degli influssi astrali) sull'importanza di seguire e di assecondare le proprie attitudini.

 

Di qui la professoressa Mastrocola fa discendere la sua proposta.

È inutile e addirittura controproducente forzare i giovani a seguire un percorso liceale per il quale non hanno alcun interesse e attitudine e che quindi non potrà mai offrire soddisfazione e realizzazione a loro né vantaggi alla comunità di cui fanno parte e a cui essi non potranno garantire un valido contributo.

Non vi è nulla di degradante, nulla di umiliante, nei percorsi tecnici e professionali (dopo i quali, tra l'altro, si apre qualche spiraglio professionale oggi invece trascurato e bistrattato nonostante la grave crisi del lavoro). Bisogna quindi liberarsi del pregiudizio nei confronti dei mestieri tecnici e manuali, evitare di inculcarlo nelle giovani generazioni e cercare piuttosto di individuare per ciascun giovane il percorso formativo più adeguato alle sue predisposizioni (e non, su questo la scrittrice è giustamente chiara, al suo censo).

 

Oggi tutto questo non avviene, a causa di una serie di fattori. Il pregiudizio non è l'unico ostacolo da superare.

La formazione tecnica e professionale è gravemente scaduta di livello, perciò una famiglia che minimamente tiene a che il proprio figlio impari qualcosa finisce coll'iscriverlo al liceo. Questo però, appunto, determina la frustrazione e la delusione di tanti giovani che poi non riescono, dentro il liceo, ad esprimere al meglio se stessi e le proprie potenzialità.

Inoltre, e questo la professoressa Mastrocola non lo dice ma è un'altra verità scomoda che è inutile e dannoso tacere, molti istituti tecnici e professionali (non tutti, ma la maggior parte) raccolgono ormai ragazzi difficili, indisciplinati, violenti che i docenti non riescono ma spesso non tentano neppure di rieducare; pertanto, a maggior ragione, una famiglia che ha a cuore l'educazione e l'incolumità del proprio figlio tende ad escludere questi istituti.

Occorrerebbe dunque riqualificare gli istituti tecnici e professionali, come scrive anche la nostra autrice, in modo che possano costituire una reale alternativa per tutti i ragazzi, anche per i figli di ingegneri e avvocati e medici che non abbiano attitudine per gli studi liceali.

In questo modo i licei si ridimensionerebbero (laddove oggi, soprattutto i licei scientifici, sono in continua espansione) e accoglierebbero solo quei giovani che, più o meno motivati e consapevoli a 15 anni, riconoscerebbero però in futuro che quella è stata la strada giusta da seguire.

 

Naturalmente in questo senso sarebbe davvero fondamentale l'impegno delle famiglie e dei docenti delle scuole primarie (le "elementari") e secondarie di primo grado (le "medie"): perché solo loro possono davvero sondare le attitudini dei giovani e indirizzarli nella maniera migliore.

Oggi anche questo spesso non avviene, e non solo a causa dei problemi che si illustravano poco più sopra. Troppo spesso le famiglie non si interessano a sufficienza di conoscere i propri figli e di scoprirne le passioni, gli interessi, le inclinazioni. Troppo spesso i docenti delle scuole sono a loro volta assai superficiali in questo senso: così accade che arrivino al liceo, magari anche con voti di 8 o 9, alunni a cui è stato consigliato il percorso liceale e che invece non hanno alcuna attitudine per questi studi. Nella prima classe che ho ricevuto nell'anno appena concluso, ad esempio, ne abbiamo dovuti bocciare ben sei, e con grande dolore, ma non c'era alternativa: alla fine dell'anno i ragazzini stessi hanno compreso e riconosciuto l'errore commesso, più delle loro famiglie.

I colleghi delle scuole medie, in particolare, dovrebbero comprendere che nell'indirizzare un allievo, a maggior ragione quando le famiglie latitano, si assumono una grande responsabilità che non andrebbe sottovalutata mai.

Ma appunto, come si diceva, i problemi si intrecciano: per un cosiddetto bravo ragazzo esiste, oggi, una vera alternativa al liceo? Spesso no. Allora il liceo deve assumersi a sua volta la responsabilità di accogliere e mandare avanti ragazzi del tutto inadatti? Nonostante tutto, io credo di no, perché dove ciò avviene il liceo si sta snaturando e sta degenerando. E così ritiene anche la professoressa Mastrocola.

Ecco dunque che torniamo al punto di partenza: la scuola superiore va seriamente ripensata e riformata, in tutti i suoi ambiti.http://comitatoscuolapubblica.files.wordpress.com/2011/05/prendiamo20serio20futuro20quadrato20371x228.jpg?w=240&h=147

 

Ma ciò vale anche per i cicli precedenti.

Quando dovevo scegliere la scuola elementare per mio figlio, mi rivolsi per un consiglio ad un'amica maestra che aveva insegnato per anni proprio nel nostro territorio e quindi conosceva diverse scuole e insegnanti per esperienza diretta. Nel consigliarmi la scuola che effettivamente mio figlio attualmente frequenta e che complessivamente mi soddisfa, ricordo che la mia amica mi disse: "Sta' tranquilla, perché qui la grammatica la studiano".

Rimasi perplessa e non replicai. Partivo dal presupposto, che poi appunto ho scoperto errato, che le cattive conoscenze di base (grammatica, quattro operazioni etc.) dei nostri studenti dipendessero dalla circostanza sfortunata di aver incontrato cattivi insegnanti oppure dallo studio insufficiente. Ho compreso invece, e da allora sono molto più attenta nel sondare i prerequisiti dei miei allievi di primo liceo, che molte scuole hanno accantonato gli insegnamenti tradizionali per sostituirli con altre attività, sicuramente più divertenti e alla moda, ma certamente meno formative. E questo vale per le scuole medie più spesso che per le elementari.

 

Dunque, come dice giustamente la professoressa Mastrocola (non senza però qualche tortuosità nel condurre il ragionamento), occorre che i primi cicli si assumano seriamente il compito di offrire a tutti gli allievi una solida e completa formazione di base, che sarà indispensabile, nel futuro, all'avvocato come al ragioniere come al pasticciere: tutti dovremmo saper scrivere, leggere e comprendere il significato di un testo; tutti dovremmo saper svolgere i calcoli essenziali anche senza l'aiuto di una calcolatrice; tutti dovremmo aver chiara la distinzione tra avanti Cristo e dopo Cristo o sapere dove si trova un Paese a prescindere dal fatto che vi si svolgano i campionati europei di calcio. Si tratta di quella cosiddetta cultura generale necessaria a tutti per orientarsi consapevolmente nel mondo, per decifrare la politica, l'economia, la società e per esprimere un parere (anche nell'urna elettorale) in maniera consapevole.

Toccherà poi alle scuole superiori, continuando anche la formazione "generale", approfondire gli aspetti specifici in vista di un avvenire professionale preciso.

 

In conclusione. Il nostro sistema scolastico va riformato, ma non nel senso delle disastrose riforme recenti che si sono tradotte in aziendalizzazione e impoverimento dell'offerta; bensì nella direzione indicata dalla Mastrocola.

Mi permetto a questo punto di aggiungere qualche ulteriore proposta a quelle della scrittrice: forse resteranno tutte utopie, ma il diritto al sogno (almeno quello!) ancora non ci è stato negato. E d'altra parte, se si diventa in tanti a sognare, la realtà può essere cambiata: la storia ce lo insegna.

Occorrerebbe che il Ministero fosse affidato a chi conosce la scuola per averne fatto esperienza diretta ed ha a cuore davvero la formazione e la realizzazione dei nostri giovani; occorrerebbe che la scuola ricevesse più fondi; occorrerebbe la buona volontà degli insegnanti.


La buona volontà degli insegnanti forse viene prima di tutto, perché può reagire anche a condizioni esterne sfavorevoli.

Io, ad esempio, non mi vergogno di dire che il mestiere di docente me lo sono "inventato". Ho avuto pessimi maestri, tranne rare eccezioni, che non mi hanno offerto un modello positivo da seguire (ed io, seppure confusamente, lo percepivo già a 11 come a 15 anni: amavo imparare e comprendevo che solo pochi dei miei insegnanti mi offrivano un sapere vero e solido). E allora, quando sono passata dall'altro lato, mi sono rimboccata le maniche e ho ricominciato da zero: sapevo esattamente che tipo di insegnante NON volessi essere, ma di qui a costruire il mio modello positivo ne passava! Ho studiato sodo, e continuo farlo, molto più ora e molto meglio ora di quando frequentavo la scuola (per tacere dell'università, dove ho imparato pochissimo!).

Questo significa alzarmi ogni mattina alle quattro e qualche volta restare su libri e compiti fino alle undici della sera, ma ne vale la pena: perché così posso offrire ai miei studenti qualcosa che ha valore, qualcosa di utile e di spendibile nella scuola e nella vita.



«Scegliere! La scelta è per Aristotele alla base della felicità, individuale e sociale. [...] È l'unica idea che difendo, qui: che si debba essere liberi di scegliere. Liberi di seguire la propria natura»

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