Esserci o non esserci: "Il cavaliere inesistente" di Italo Calvino

Pubblicato il da vocelibera2011

http://t0.gstatic.com/images?q=tbn:ANd9GcRnvd0jHr7WhEZ-nPkUajZCr5TEBeSi_qSjZfyEvrPJOy9EJhajCANel 1959 Calvino (Santiago de Las Vegas, 1923 – Siena, 1985) pubblicava l’ultimo dei tre romanzi che sarebbero poi confluiti, l’anno successivo, nella raccolta I nostri antenati. Nel volume unico Il cavaliere inesistente venne ad occupare il primo posto in ragione della sua ambientazione medievale, anteriore a quella del Visconte dimezzato e del Barone rampante.


L’esercito di Carlo Magno è impegnato nella guerra contro i musulmani di Spagna e si avvale anche del contributo prezioso di un cavaliere “che non c’è”: Agilulfo Emo Bertrandino dei Guildiverni e degli Altri di Corbentraz e Sura, cavaliere di Selimpia Citeriore e Fez è infatti niente altro che un’armatura vuota.
Una conversazione alla tavola del sovrano rivela al cavaliere che l’impresa da cui sono scaturiti i suoi titoli non è stata un’azione onorevole e meritoria quanto si credeva e Agilulfo rischia così di perdere nome e privilegi. Parte allora alla ricerca della donna che, sola, potrebbe dimostrare come stanno le cose.
In conclusione la verità viene svelata, ma Agilulfo, avendo ascoltato solo una parte dei fatti e convinto di non meritare titoli e onori, fugge. L’armatura, smembrata, sarà ritrovata dal giovane guerriero Rambaldo, che è proprio colui al quale Agilulfo ha voluto lasciarla in eredità.


Il romanzo, come gli altri due che compongono la trilogia, mostra anzitutto il gusto calviniano per la narrazione fantastica e ironica: l’autore si diverte a coniare nomi che risultano comici per la lunghezza o per il suono, a collocare i suoi personaggi in situazioni grottesche, a ideare improbabili colpi di scena.
Dall’altro lato, come Calvino stesso spiegava nel 1960 sulla rivista Mondo nuovo, Il cavaliere inesistente costituisce anche una terza riflessione sul tema dell’ “essere”, già affrontato nei due romanzi precedenti.
La persona degna di questo nome non è Agilulfo, il cavaliere preciso e impeccabile che non accetta la debolezza e rifugge dai sentimenti. Né esiste, nel senso pieno del termine, lo scudiero Gurdulù, lo scemo del villaggio che crede di essere qualunque uomo, animale o cosa lo circondi, che conserva gli istinti primari, ma non ha alcuna coscienza di sé.
Tra la sarabanda delle avventure e delle trovate comiche, Calvino dedica al suo protagonista inesistente anche qualche passaggio malinconico, in cui si descrive il cavaliere irreprensibile e orgoglioso, condannato alla solitudine dall’incapacità di stabilire rapporti con gli altri, che pur di non essere sovrastato dalle emozioni si impegna in attività materiali che cerca di svolgere nella maniera più accurata. La vita di Agilulfo è pura esteriorità (tanto è vero che l’esistenza del paladino si identifica con le imprese compiute) e rispetto delle norme.


Umanissimi invece vengono presentati i giovani cavalieri Rambaldo e Torrismondo ed anche le due figure femminili, la guerriera Bradamante e la principessa Sofronia. Accompagnati da incertezze, da paure, da desideri oscillanti, trovano infine ciascuno la propria strada. E questa via è percorsa sempre insieme a qualcun altro, non nella solitudine di Agilulfo (o di Gurdulù).
Sembra dunque questa, infine, la “morale della favola”. La vera umanità è coscienza di sé e accettazione anche dei propri tentennamenti; la realizzazione dell’individuo passa inevitabilmente dai rapporti umani e sociali.
Perciò anche l’attività della scrittura, a cui Calvino dedica ampie riflessioni attraverso il personaggio di suor Teodora, narratore interno della vicenda, è arte nobile e appassionante, purché non si sostituisca alla vita realmente vissuta.


In questa ottica sembra che venga confermata anche l’interpretazione che si è proposta del Barone rampante : la selvatica solitudine di Cosimo non rappresenta una orgogliosa, anticonformistica realizzazione di sé, quanto piuttosto una testardaggine infantile che lo esclude dalla vera umanità.



 «L’applicarsi a queste esatte occupazioni gli (ad Agilulfo, n.d.r.) permetteva di vincere il malessere, d’assorbire la scontentezza, l’inquietudine e il marasma, e di riprendere la lucidità e compostezza abituali»

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