Forse un’utopia: la pacifica convivenza dei popoli: "Giovane turco" di Moris Farhi

Pubblicato il da vocelibera2011

http://img2.libreriauniversitaria.it/BIT/162/9788873131625g.jpgGiovane turco (Young Turk) è un romanzo dello scrittore turco Moris Farhi (Ankara, 1935). L’autore vive da più di quarant’anni in Inghilterra e il romanzo è stato pubblicato originariamente in inglese nel 2004 e poi tradotto in diverse lingue.

La storia si svolge tra la fine degli anni Trenta e gli anni Cinquanta del Novecento in Turchia e vede protagonisti alcuni giovani, ragazzi e ragazze, la maggior parte dei quali si raccoglie intorno ad un appassionato insegnante di letteratura, Âşık Ahmet, e, attraverso di lui, al poeta Nâzım Hikmet.
L’opera ha un carattere polifonico: ciascuno dei tredici capitoli, infatti, ha una diversa voce narrante. Sono proprio i giovani protagonisti, e nell’ultimo capitolo l’insegnante, ad alternarsi nella narrazione, sicché l’intreccio viene a ricomporsi progressivamente. Il romanzo, inoltre, è costruito in modo tale da seguire un ideale percorso di crescita: il primo dei giovani narratori è poco più di un bambino, l’ultimo è ormai un uomo.
Sullo sfondo, ma non per questo poco importante, si colloca la “grande storia”, che si intreccia con le “piccole storie” personali dei ragazzi: sono gli anni del nazismo, della Seconda Guerra Mondiale e poi del difficile dopoguerra; sono gli anni in cui il governo perseguita le minoranze etniche e i comunisti e Hikmet e tanti altri come lui sono costretti a fuggire all’estero.
 
La struttura del romanzo è originale, col suo carattere corale. Inoltre, come è stato evidenziato dalla prof.ssa Luisa Valmarin nell’introduzione al libro, le voci femminili hanno un grande rilievo.
Tuttavia ciò che più colpisce, e che forse resta più impresso, è l’atmosfera. Si raccontano storie realistiche e strettamente connesse, per giunta, con la "grande storia"; al tempo stesso si respira nel romanzo un’aria di sogno, di fiaba… meglio, di mito. La storia particolare che si fa storia universale.
I racconti nei quali questa aura magica si avverte più intensa sono il settimo (Il lottatore), dalla voce della adolescente zingara Havva, la trovatella che si è scelta da sé il proprio nome visto che nessuno gliene ha mai dato uno, e il nono (Vasi crepati delle stesse rovine), dalla voce di Attila, il giovane che compie una scelta di vita radicale per imitare l’uomo che per lui è stato un padre. Non a caso sono i racconti più superficialmente collegati, a livello strutturale, con gli altri.
Anche la chiusa dell’undicesimo capitolo (Madame Ruj), dalla voce di Aslan, partecipa della stessa atmosfera, con la donna che scompare lasciando dietro di sé uomini affranti e una leggenda che la vede diventata sirena dell’Egeo.
E gli esempi si potrebbero moltiplicare.
 
In un’intervista rilasciata nel 2006 in occasione della Fiera del Libro di Torino, l’autore ha dichiarato di aver scritto questo romanzo come messaggio di pace, oltre che come omaggio alla patria sempre amatissima. I protagonisti del libro appartengono alle tante diverse etnie (Turchi, Ebrei, Armeni, Greci, Rumeni…) che avevano popolato l’impero ottomano e continuarono a convivere anche nella moderna Turchia di Atatürk. Il legame di amicizia, di amore, di solidarietà che esiste tra questi personaggi vuole trasmettere l’insegnamento della convivenza civile e pacifica dei popoli. Ciò che gli adulti spesso non sanno realizzare, riesce invece ai “giovani turchi”.
 
Il titolo del romanzo rimanda naturalmente a quel movimento politico della Turchia di inizio Novecento nella quale si formò Atatürk.
Il professor Ahmet, nel cui personaggio Farhi si identifica in maniera particolare, presenta Atatürk in chiave assai positiva e definisce il kemalismo una degenerazione del suo messaggio. Secondo lo scrittore la Turchia del suo romanzo è, nonostante tutto, la migliore Turchia, quella che potrebbe insegnare qualcosa ancora al Paese contemporaneo, in cui si registrano rigurgiti di fondamentalismo.

Il tema è molto complesso, e certamente attuale.
Anche Luisa Valmarin sostiene che la nostra Europa occidentale possa imparare molto, in tema di multiculturalità, dai giovani turchi di Farhi. Tuttavia il riferimento alla Turchia di Mustafa Kemal (presidente del Paese dal 1923 fino alla morte nel 1938, soprannominato “padre dei Turchi” – Atatürk nel 1934) è certamente problematico.
Nel periodo tra le due guerre mondiali Atatürk promosse iniziative senza precedenti nel mondo islamico nella direzione della modernizzazione e della laicizzazione: abrogò la clausola costituzionale che definiva l’islam religione ufficiale dello Stato; operò una netta distinzione tra legge islamica (Sharia) e leggi dello Stato; abolì scuole e tribunali islamici inaugurando istituzioni laiche; vietò alle donne l’uso del velo e agli uomini la poligamia; concesse il diritto di voto alle donne... Tuttavia Mustafa Kemal fu pure un nazionalista esasperato e un feroce persecutore degli oppositori del suo progetto politico; il suo nome è legato anche al terribile, e troppo spesso dimenticato, genocidio degli Armeni.
 
Un altro filo rosso del romanzo riguarda il ruolo degli intellettuali, e in particolare degli scrittori.
In alcuni capitoli si tratta dell’argomento centrale: è il caso dei capitoli decimo (Quando si uccide uno scrittore), dalla voce di Zeki, e dodicesimo (Colui che torna non è mai partito), dalla voce di Davut, e naturalmente dell’ultimo, il tredicesimo, in cui la voce narrante appartiene al professor Ahmet (Parti come acqua, torna come acqua); ma in realtà attraversa tutto il romanzo.
Proprio il dodicesimo capitolo contiene, probabilmente, un’importante chiave di lettura dell’intera opera. Il giovane Davut e la sua ragazza Melek compiono due scelte completamente diverse: lui abbandona la Turchia per timore di essere perseguitato per la sua attività di intellettuale e di scrittore; lei decide invece di restare, perché nel Paese c’è tanto da fare.
L’addio tra i due è doloroso ma anche carico di rabbia, di lei verso di lui e di lui verso se stesso.
Hikmet ha lasciato la patria solo dopo lunghe persecuzioni e portandosi dietro il rimpianto della sua terra; Ahmet è uscito di galera fisicamente e psicologicamente distrutto. Davut non se la sente di andare incontro allo stesso destino, ma prova un forte senso di colpa: non si può escludere che Farhi in qualche misura vi si riconosca.
 
Il romanzo si apre e si chiude su eventi di morte: la morte della giovanissima veggente Gül nel primo capitolo e quella del vecchio Ahmet nell’ultimo. In entrambi i casi la fine si presenta come una liberazione, tanto per Gül, novella Cassandra che non riesce a reggere il peso di un dono troppo grande, quanto per il professore, ormai spezzato dalle torture e dai lunghi anni di galera.
Le vicende narrate nel romanzo, inoltre, si concludono più spesso con fughe, fallimenti, morti, che con esiti positivi: forse il messaggio di fondo del libro è più pessimistico di quanto possa apparire a prima vista. E di quanto lo stesso autore ammetta.
 
 
«quando si uccide uno scrittore / la lingua / perde una delle sue parole / quando si uccideranno tutti gli scrittori / non resterà / più nessuna parola / nessuna lingua / soltanto / tiranni / razzisti / nazionalisti / puttane della guerra / falsi profeti / soltanto / l’idolatria della morte»

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