Gli esordi del genio: "Lucernario" di José Saramago

Pubblicato il da vocelibera2011

http://libripensieri.files.wordpress.com/2012/06/lucernario-di-jose-saramago.jpgChi ama José Saramago (Azinhaga, 1922 – Tías, 2010), le sue trame surreali e vere insieme, le sue denunce ironiche e amare che non risparmiano politica, chiese e vite comuni, il suo stile cerebrale che scoraggia l'immedesimazione ma stimola come pochi la riflessione, si è accostato certamente curioso ed emozionato al suo Lucernario (Claraboia). La storia editoriale di questo romanzo rappresenta infatti un caso quasi unico, come racconta Pilar del Rio, vedova dello scrittore e curatrice della pubblicazione: il libro risale al 1953, agli esordi di Saramago, ma allora non trovò editori ed è rimasto nel cassetto fino alla morte dell'autore. Solo dunque nel 2011 ha visto la luce in Portogallo; e quest'anno è uscito in Italia.

 

In un condominio portoghese diviso in sei appartamenti si svolgono le vite di sei famiglie. Le storie di ciascuna si svelano a poco a poco, mostrando per lo più miseria, sogni infranti, dolori indimenticabili, segreti scabrosi e inconfessabili, rimpianti e insoddisfazioni, compromessi e violenze. Le vicende narrate si svolgono nel breve arco di tempo in cui nel palazzo vive anche il giovane Abel; alla conclusione del romanzo molto è cambiato, ma forse nulla è cambiato.

 

Il libro, uscito dalle mani di un trentenne figlio e nipote di analfabeti, dimostra una piena padronanza di temi e stile: ambienti descritti con sobria precisione; storie e caratteri del tutto realistici che sono al tempo stesso paradigmatici; una prosa sicura.

Tuttavia è difficile riconoscere nel giovane autore di Lucernario lo scrittore maturo della Zattera di pietra o di Cecità. Il primo romanzo di Saramago (che in realtà non è veramente il primo, perché preceduto da un altro, La terra del peccato, ripudiato in seguito) è molto più tradizionale nello stile ed anche la trama riflette tendenze neorealistiche lontane dalle originali sperimentazioni successive.


Il lettore può restare dunque sconcertato, e perfino deluso, di fronte ad un romanzo che sembra prodotto da una penna del tutto diversa da quella che ha redatto i noti capolavori. È possibile rintracciare qualche spunto ripreso e sviluppato in seguito: la figura del calzolaio-filosofo Silvestre ricorda ad esempio il vasaio Cipriano Algor della Caverna; meglio: Cipriano sembra sintetizzare in sé l'utopia di Silvestre e il disincanto del giovane Abel (personaggio evidentemente autobiografico). Ma siamo lontani dal fascino delle atmosfere paradossali dei lavori successivi. In ogni caso vanno delineandosi fin da Lucernario quell'analisi dell'uomo insieme severa e pietosa e quel pessimismo appena rischiarato da una flebile luce di speranza che troveranno espressione piena e a volte straordinaria nei romanzi della maturità e della senilità. Lucernario è insomma un'opera compiuta e matura, ma non è ancora un'opera del Saramago compiuto e maturo.

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Il romanzo non fu esplicitamente rifiutato: ciò che più profondamente turbò e addolorò l'autore fu il silenzio, poiché la casa editrice non si degnò di comunicargli nulla. È plausibile che l'opera del giovane giornalista e scrittore, già tra i sospetti del regime di Salazar all'epoca al potere, sia stata considerata pericolosa. Lucernario non è un romanzo specificamente politico, ma la desolazione che lo domina, certe allusioni scabrose e il tema dell' "impegno" che, seppure confusamente, si affaccia nelle riflessioni di Silvestre e Abel possono essere ben bastati, sotto la dittatura, a renderlo sgradito. Ma neppure una risposta di circostanza ritenne, la casa editrice, di dovere a Saramago. E lui, per vent'anni e più, non scrisse romanzi.

Quando riprese a farlo, però, era pronto per autentici, immortali capolavori.



«(dalle riflessioni di Abel, n.d.r.) Tutti assumiamo quotidianamente la nostra dose di morfina che addormenta il pensiero. Le abitudini, i vizi, le parole ripetute, i gesti triti, gli amici monotoni, i nemici senza un vero e proprio odio, tutto addormenta. Una vita piena!... C'è qualcuno che possa dire di vivere una vita piena? Tutti ci trasportiamo al collo il giogo della monotonia, tutti aspettiamo, lo sa il diavolo che cosa!»

 

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