Il duro cammino dell’emancipazione femminile: "La lunga vita di Marianna Ucrìa" di Dacia Maraini

Pubblicato il da vocelibera2011

http://radiopatti.files.wordpress.com/2011/07/dacia2bmaraini.jpgNel 1990 la scrittrice Dacia Maraini (Fiesole, 1936) pubblicò un romanzo dedicato alla vita di una sua antenata, La lunga vita di Marianna Ucrìa. Il libro vinse il Premio Campiello ed ottenne un discreto successo di pubblico. Definito l’opera migliore della Maraini, nel 1997 ispirò un film di Roberto Faenza.


Marianna ha solo sette anni quando il duca padre la porta con sé ad assistere ad un’esecuzione capitale. Siamo nella Sicilia profonda del Settecento, dove arriva solo un’eco lontana dei grandi cambiamenti politici e culturali che stanno avvenendo in Europa. Marianna resta profondamente turbata dallo spettacolo dell’impiccagione, tuttavia il padre non ottiene l’effetto sperato: che il trauma cancelli l’effetto di un trauma più antico che ha reso Marianna sordomuta.
Trascorrono alcuni anni, ma è ancora soltanto tredicenne, Marianna, quando viene data in moglie ad un anziano zio, secondo la consuetudine dell’epoca che vuole le figlie dell’aristocrazia ben maritate oppure monache. Da quel momento la vita della ragazza viene ad essere scandita dalle numerose gravidanze, da lutti inconsolabili (soprattutto la morte di un figlio piccino), dai matrimoni e dalle monacazioni di tante ragazze della famiglia, dagli scandali e dalle carriere laiche ed ecclesiastiche di figli e fratelli.
Dentro di sé, tuttavia, Marianna coltiva sentimenti e riflessioni profonde, nutrite dalle numerose letture nella ricca biblioteca di famiglia. Diventa così una donna inquieta ed irrequieta, alla ricerca di rapporti umani più autentici e di una vita libera e intensa.
Alla ricerca di se stessa e di un senso delle cose Marianna giunge alle soglie dei cinquant’anni.
 
Non manca, nel corso della narrazione, qualche cedimento al “romanzesco” nell’accezione meno positiva del termine: soprattutto quando si descrive la capacità della protagonista di sentire dentro di sé i pensieri di chi la circonda, in qualche caso oltre ogni ragionevole verisimiglianza.
Tuttavia il romanzo ha i suoi pregi: ci introduce negli ambienti siciliani del Settecento con una grande cura delle descrizioni di luoghi, abbigliamenti, usi, costumi, superstizioni e pregiudizi (da cui anche la stessa Marianna non è sempre immune, né potrebbe realisticamente esserlo); il dialetto locale si insinua continuamente, corposo e saporoso, nei dialoghi e nella scrittura dei personaggi.
Accanto a Marianna compaiono anche altre figure di donne intelligenti, insofferenti, più o meno apertamente ribelli, come la figlia Giuseppa o la zia Manina. Ma su tutte torna sempre in primo piano la protagonista, con la crescente consapevolezza della propria infelicità, delle violenze subite e del proprio diritto insopprimibile alla libertà, alla felicità e all’amore.
 
La strada che conduce fuori dai pregiudizi e dalle convenzioni e convinzioni antiche è lunga, difficile e dolorosa. Sono dovuti trascorrere secoli prima che una donna occidentale, italiana, potesse dirsi finalmente libera: libera di scegliere l’uomo d’amare, libera di scegliere anche di non amare nessun uomo, libera di esprimersi, studiare, viaggiare secondo i propri desideri.
Quel percorso non è ancora del tutto compiuto. E qualche responsabilità appartiene anche alle donne stesse, che a volte trovano, incredibilmente, rassicurante rinunciare alla propria realizzazione personale, accettando troppi compromessi accanto a uomini mediocri a cui permettono di mortificare la loro ricchezza interiore e la loro dignità.
A tutto questo occorre ribellarsi, anche a costo di ritrovarsi sole in mezzo al mare in tempesta con la sola compagnia di una serva pazza, come accade a Marianna.


Ma prima di tutto occorre ribellarsi ai padri-padroni, che ancora compiono violenze psicologiche e fisiche sulle loro donne, mogli, figlie, madri, nipoti, e che ancora troppo spesso, nella civilissima Italia del XXI secolo (che non dovrebbe essere più quella di Marianna), guadagnano il disonore della cronaca.
 
 
«Uscire da un libro è come uscire dal meglio di sé. Passare dagli archi soffici e ariosi della mente alle goffaggini di un corpo accattone sempre in cerca di qualcosa è comunque una resa. Lasciare persone note e care per ritrovare una se stessa che non ama, chiusa in una contabilità ridicola di giornate che si sommano a giornate come fossero indistinguibili»

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berenice 12/20/2011 15:53

Ho letto il libro nel 1992. Un bel romanzo, scritto con dolcezza e determinazione dalla brava Maraini.Consigliato alle ragazze di ogni età!