Il futuro gronda sangue: "La voce dell’acqua" di Laura Esquivel

Pubblicato il da vocelibera2011

http://t1.gstatic.com/images?q=tbn:ANd9GcSeZwJB5QjH0cg7YXMFGEb1OqMuc9UCMVl7n4kYG8HIqmplUQWtLa voce dell’acqua è un romanzo del 2006 della scrittrice messicana Laura Esquivel (Città del Messico, 1950). Il titolo originale, Malinche, è uno dei nomi della protagonista.

 

L’autrice, dopo aver consultato una vasta bibliografia (citata in appendice al libro), si è cimentata in una sorta di romanzo storico intorno alla figura controversa di Malinche, la traduttrice di cui si servì il condottiero spagnolo Hernán Cortés (1485-1547) per comunicare con gli indigeni del Messico durante la conquista di quelle terre.

Si sa per certo, innanzitutto dalle testimonianze dei contemporanei, che Malinche ricoprì effettivamente un ruolo fondamentale nelle vicende della conquista e anche che fu l’amante di Cortés, dal quale ebbe un figlio, Martín. A tutt’oggi però c’è chi la definisce una traditrice del suo popolo, traduttrice spregiudicata a vantaggio dei conquistadores; e chi invece la considera la madre del nuovo popolo messicano, nato dalla fusione delle etnie indigene e di quelle dei conquistatori.


La scrittrice fa di Malinche la protagonista assoluta del romanzo. Ci racconta la sua infanzia difficile, dopo la morte dell’amatissima nonna, quando per la prima volta fu venduta schiava dalla madre; dopo di allora la ragazzina cambiò padroni più volte fino ad essere consegnata nelle mani degli Spagnoli invasori. L’autrice descrive l’attaccamento alla vita della protagonista, il suo rancore verso la madre, i dubbi e le incertezze di fronte ai conquistatori e alla propria stessa fede religiosa, la passione per Cortés, i sensi di colpa verso il suo popolo. Infine la mostra riappacificata con se stessa e con la vita, attraverso la magia dell’acqua che la accompagnava da bambina grazie ai sapienti insegnamenti della nonna.

 

Gli eventi principali della grande storia sono riproposti in maniera piuttosto fedele al vero, ma solo di scorcio. È la protagonista, chiamata Malinalli lungo tutto il romanzo, a campeggiare al centro della storia. Con i suoi sentimenti, i suoi pensieri e, insieme, le tradizioni e le credenze del suo popolo, gli abiti e il cibo, il peculiare senso del divino, i rituali.

Malinalli è una donna divisa, tra fragilità e forza, tra passato e presente, tra due mondi e due culture. È consapevole dell’importanza del suo ruolo di interprete, si interroga costantemente sulla giustezza del proprio operato, dubita dell’origine divina dei conquistadores, è presa da un’intensa, distruttiva passione per Cortés. Desidera essere libera e felice e si scopre complice di una sanguinosa conquista. Infine si riconcilia con se stessa, con la sua fede e con quella dei conquistatori, proiettandosi in un futuro in cui i popoli e le culture si fonderanno.

 

Malinche, Malinalli (o Marina, come fu chiamata dagli Spagnoli al momento del suo battesimo – anzi, doña Marina, in segno di rispetto) è rappresentata dunque come una donna dalla psicologia complessa e tormentata e come artefice, in parte suo malgrado, di un cambiamento epocale, dopo il quale il Messico ha intrapreso il corso della sua storia moderna. L’autrice dà di lei, in conclusione, un’immagine positiva, così come della fusione delle culture che avviene nella protagonista del romanzo prima che tra i popoli.

La Esquivel mostra gli orrori della Conquista: i saccheggi, le devastazioni, le stragi, ma anche le violenze psicologiche e culturali, come quel battesimo imposto agli indigeni, ignari del vero e più profondo significato del rituale; dall’altro lato la scrittrice non tace gli odiosi sacrifici umani dei Mexica (peraltro non condivisi da tutte le popolazioni a loro soggette); e sembra così proiettare verso il futuro un progresso che sarebbe avvenuto proprio soltanto grazie al contributo di tutti i popoli.

 

Non amo particolarmente la letteratura latino-americana, pervasa di senso magico-religioso e popolata di eventi diversamente inspiegabili. Tuttavia essa propone spesso importanti spunti di riflessione sugli eventi della storia recente e meno recente.

È il caso anche di questo romanzo, che affronta un tema difficile e doloroso. E ancora straordinariamente attuale.

I conquistadores si presentarono come inviati degli dei, venuti a riportare l’ordine e a porre fine ai selvaggi sacrifici umani dei Mexica attraverso l’introduzione di una nuova religione e di una nuova cultura più evolute e civili. Al tempo stesso erano sotto gli occhi di tutti la loro brama di oro e di dominio e i metodi violenti e sanguinari con i quali intendevano perseguire i loro obiettivi.

Come non pensare ad altri conquistatori, affamati di ricchezze e di potere, che si mascherano da portatori di civiltà? La storia ne ha conosciuti tanti, e tanti continua a conoscerne.

Come non pensare ad altri popoli, capaci di elaborare forme altissime di scienza e di arte pur conservando alcune usanze barbariche? E oggi come allora questi popoli abitano spesso terre ricche di risorse, oggetto delle mire di conquistatori forse in possesso di cognizioni scientifiche più avanzate, ma di certo non meno spietati.

La storia non si ripete mai identica. Ci sono tuttavia dei meccanismi, delle dinamiche, che tendono a riproporsi e che potrebbero costituire, se si crede alla storia come magistra vitae, un utile insegnamento per l’avvenire.http://farm3.static.flickr.com/2314/2363559019_c783ff827a.jpg

 

Quale potrebbe essere, dunque, l’insegnamento della Conquista? Forse, a leggere gli eventi con lo sguardo ottimistico della Esquivel, potremmo pensare che infine vinti e vincitori, uniti, possano realizzare un progresso che diversamente non si compirebbe.

Resta però inevitabile domandarsi se sia necessario che la storia proceda per conflitti sanguinosi e che una civiltà più alta sia una conquista delle armi, al prezzo di migliaia di vite. Senza dimenticare la minoranza amerindia (20 o 30%, secondo le diverse fonti) che ancora abita il Messico, ridotta a condizioni di vita spesso assai misere: un altro prezzo decisamente troppo alto da pagare in nome del (solo presunto?) progresso.

 

 

(I pensieri di Malinalli dopo l’atroce strage compiuta dagli Spagnoli a Cholula – n.d.r.) «Che tipo di libertà poteva essere, la sua? Come faceva a credere che la sua vita sarebbe stata rispettata da quegli uomini che non rispettavano niente? Che cosa aveva da offrirle un uomo capace di uccidere con tanta crudeltà? Che dio era quello che lasciava massacrare in suo nome tanti innocenti? Le sembrava di non capire più niente. Di non sapere più quale fosse il fine di ogni cosa»

Commenta il post