Il mio diario di scuola - II

Pubblicato il da vocelibera2011

images-copia-3.jpgCi sono ricordi che, a metterli per iscritto, mi sembra che diventino banali, o sdolcinati. Perciò preferisco, il più delle volte, evitare di consegnarli alla memoria scritta.

Anche questa volta sono in difficoltà: da un lato vorrei lasciare una traccia, in questo diario, di un'emozione grande che ho provato; dall'altro ho paura di non essere capace di farlo, di banalizzare un episodio per me tanto importante.

 

Ieri pomeriggio ho ricevuto su Facebook un messaggio privato da una mia studentessa di quinta. Una delle mie migliori studentesse di sempre: avida lettrice, curiosa, giornalista e scrittrice in erba, assidua, studiosa, volitiva. Ormai alla vigilia dell'Esame di Stato, dopo due anni trascorsi insieme, ha voluto rivolgermi un ringraziamento.

Lo ha fatto con parole così belle, così intense, così toccanti senza essere melense... perfette! Ed io ho pianto. Lo ammetto, io che ormai sono diventata molto parsimoniosa con le mie lacrime, mi sono commossa. Mi sono commossa soprattutto quando ho letto che tra le cose che ho saputo tramettere loro c'è «la necessità di saper contare su se stessi».

Non so cosa abbiano percepito di me esattamente i ragazzi, ma so che i giovani sono molto sensibili e intuiscono e sentono più di quanto noi pensiamo. Contare su se stessi è qualcosa che ho dovuto imparare, a fatica, con grande dolore, in tempi recenti; qualcosa di cui io stessa non avevo compreso fino in fondo il senso e l'importanza finché la vita non mi ha obbligata a farlo. Si vede che questa mia nuova consapevolezza in qualche modo traspare. E ne sono felice.

Tanto più felice perché questi ragazzi hanno di me un'immagine serena e rassicurante, di persona appassionata e forte... Ciò che ho imparato ad essere, ma che non sempre sono capace di essere fino in fondo. Ma se loro mi vedono così, vuol dire che i miei sforzi hanno un qualche successo.images-copia-2.jpg

 

Il mio pensiero, ieri pomeriggio e anche ora, è corso subito a questi stessi giorni di giugno, del 2009 però, quando una classe quarta, da me amatissima, mi fece dono di un dvd su cui i ragazzi avevano trasferito le loro fotografie e ciascuno mi aveva dedicato un pensiero: uno di loro, nella sua dedica, mi aveva definita «un'eroina silenziosa», con tutta l'enfasi dei suoi 17 anni.

Non sono un'eroina, evidentemente. Ma se lui mi ha vista così, vuol dire che in qualche modo, per qualche motivo, sono riuscita a trasmettergli questa immagine. E siccome quell'anno era stato per me uno dei più bui e dolorosi, scoprivo nelle parole di un ragazzo di essere riuscita a superare il dolore e la disperazione più di quanto io stessa credessi di essere stata capace.

 

Come spesso ripeto, il mio lavoro mi ha salvato la vita. In un momento di completo disorientamento è stato l'unica ragione, l'unico senso, l'unico scopo. La mia famiglia, neppure mio figlio, hanno potuto aiutarmi: troppo vicini, forse; troppo coinvolti. Quei ragazzi, invece, la loro giovinezza fragile e splendida, la loro incoscienza e le loro mille risorse, i doveri che sentivo di avere verso di loro, mi hanno permesso di andare avanti. Loro non sanno quanto io sia debitrice nei loro confronti.

Ovviamente i miei studenti non hanno mai saputo nulla del mio dolore, anzi oggi come ieri rimangono colpiti soprattutto dal fatto che sono sempre sorridente e ho sempre la battuta pronta. Oggi, certo, sono molto più serena; mi definisco anzi perfino felice: ma senza i miei ragazzi non sarebbe così. Questo è certo.

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