Il mio diario di scuola - III

Pubblicato il da vocelibera2011

http://www.risky-re.it/home/wp-content/uploads/2012/01/VignettaScuola2011.jpgQuando anni fa, nella mia vita virtuale precedente a questa, scrivevo il mio "diario di scuola", avevo una rubrichetta intitolata La cattiva educazione. In essa raccoglievo aneddoti riguardanti colleghi o genitori che con cattivi esempi, cattive strategie, cattivi provvedimenti mi sembrava danneggiassero la formazione dei giovani.

Probabilmente un po' presuntuoso da parte mia, lo ammetto. E gli anni, infatti, mi hanno resa più cauta nei giudizi. Tuttavia, la rubrica va riaperta, perché ho nuovi aneddoti di cui conservare memoria: ci sono argomenti sui quali, a tutt'oggi, non transigo.

 

Qualche giorno fa la madre di un mio studente mi ha chiesto un colloquio ed io naturalmente ho fissato un appuntamento. Si sono presentati entrambi i genitori. Quando questo accade, so già che si prepara una conversazione difficile, perché in una sorta di gioco delle parti non scritto, ma diffusissimo, i due attori svolgono ruoli diversi e complementari: uno dei due presenta delle rimostranze, più o meno garbatamente; l'altro tace con aria misteriosa e indagatrice per poi intervenire solo verso la fine con qualche stoccata.

Conosco il copione, pertanto quando ho visto arrivare il mio allievo con mamma e papà, oltre a sorridere del buffo spettacolo di quella delegazione con in testa una madre piccina seguita da un omone e un ragazzone, mi sono preparata alla battaglia.

 

Premetto che in dodici anni di insegnamento, a differenza di tanti colleghi, ho avuto rarissimi scontri con le famiglie degli allievi, non più di due o tre. Ho infatti rapidamente affinato le mie tecniche retoriche, perciò riesco di solito ad uscire vincitrice (o in onorevole pareggio) anche dalle discussioni più difficili. Ma è dura, a volte, mantenere la calma e la lucidità.

 

Orbene. Avevo rimandato a settembre il ragazzo e lui si è presentato all'esame preparato peggio che a giugno. Siccome trovo perfino offensivo che i ragazzi, e le famiglie prima di loro, considerino la prova di settembre una pura formalità (mentre in realtà può decretare anche una bocciatura), ho espresso un giudizio fermamente negativo.

Tuttavia, poiché c'era solo la mia materia, si è deciso di promuovere comunque l'alunno con la cosiddetta riserva: se dovesse, alla fine di questo nuovo anno scolastico, conseguire nuovamente l'insufficienza nella mia materia, potrà essere automaticamente bocciato pure in presenza di tutti voti positivi.

Ebbene. La madre è arrivata a colloquio, con la voce e le mani tremanti, chiedendomi spiegazioni circa la lettera della scuola che informava la famiglia della promozione con riserva. Di qui è scaturita la discussione, alla quale il padre partecipava solo con mugolii di disapprovazione nei miei riguardi. Io ho sfoderato tutta la pazienza e la diplomazia di cui sono capace, rassicurando i genitori che non ho mai pensato che loro non avessero fatto preparare adeguatamente il figlio, sottolineando che al ragazzo è stata offerta un'altra opportunità perché si è avuta fiducia in lui, ribadendo la mia simpatia e disponibilità verso il giovanotto; al tempo stesso però ho voluto chiarire, ma sempre con la massima pacatezza, che le lacune da colmare sono numerose e che il programma di quest'anno è anche più impegnativo rispetto all'anno scorso.

Quando però si è messa in discussione la mia professionalità, ho dovuto reagire con più durezza. Non posso ammettere che si insinui, anzi che si affermi, che ho rimandato a settembre un alunno perché non ha risposto "a una domanda" "addirittura a giugno" e che intendo "accanirmi contro di lui". Lavoro troppo sodo, e sono troppo scrupolosa, per permettere a chicchessia di mettere in dubbio il mio impegno e la mia serietà. Posso sbagliare, è umano: ma non è certamente questo il caso. Pertanto, con voce solo appena alterata (ma che fatica!), ho fatto l'elenco preciso di tutte le mancanze del ragazzo, che a fine anno si era presentato impreparato ben due volte su tutta l'ultima fetta di programma (e a giugno gli avevo concesso l'ultima opportunità di recuperare, inutilmente) e che a settembre aveva arbitrariamente tagliato via dal programma argomenti e testi fondamentali: evidentemente, per il timore di essere rimproverato, il giovanotto non aveva raccontato le cose correttamente ai genitori.

Silenzio.

La madre, balbettando, mi ha chiesto di non penalizzare il figlio perché non ha riferito a casa la verità; il padre continuava a mugugnare non so più all'indirizzo di chi; il figlio a testa bassa taceva.

 

Troppi genitori, oggi, difendono i propri figli a spada tratta per partito preso, senza preoccuparsi di appurare i fatti. In questo modo i ragazzi si sentono forti, protetti e spalleggiati, e si convincono dell'impunità perpetua. Ma prima o poi i nodi vengono al pettine.

I genitori dovrebbero sapere che i ragazzi, per coprirsi, mentono. È normale, e per questo io non ce l'ho col mio allievo. Ce l'ho con i genitori scriteriati che dovrebbero collaborare a responsabilizzare i figli e invece seguono tutt'altra linea. La nuova, forse fraintesa, pedagogia sta producendo mostri.

 

Da mamma sto cominciando a sperimentare direttamente quel che si prova a stare dall'altra parte e sto molto attenta ad accertare i fatti: nonostante mio figlio sia, per ora, molto sincero, non mi fido mai della sua sola parola e soprattutto mi guardo sempre dal criticare apertamente le sue insegnanti di fronte a lui. Che poi abbia incontrato sulla mia strada una maestra dai metodi discutibili, è un'altra storia. La racconterò nella prossima puntata della Cattiva educazione.

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