"Ipazia. La vera storia" di Silvia Ronchey

Pubblicato il da vocelibera2011

«Cercava la verità, amava il dubbio, detestava la manipolazione»

                                                                                             (Silvia Ronchey)

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ipazia.jpgSono ormai quindici anni che ho abbandonato gli amati studi di filologia classica, tuttavia mi è rimasta l'eredità di un'attenzione (filologica, appunto) nella lettura e nell'analisi dei testi che ritengo molto preziosa e che cerco costantemente di affinare. Quando, su uno scaffale basso e seminascosto della Feltrinelli, mi è capitato tra le mani Ipazia. La vera storia (2010) della storica e giornalista Silvia Ronchey (Roma, 1958), ho ritrovato proprio quella impostazione di lavoro a me familiare e cara, per di più applicata ad una vicenda che mi ha sempre appassionata. Lo sfondo è l'Egitto tormentato alle soglie del Medioevo, la protagonista una donna affascinante e misteriosa.


Ipazia è la figlia del filosofo pagano Teone e vive ad Alessandria d'Egitto tra il IV e il V sec. d.C., nel tempo in cui il Cristianesimo è ormai unica religione ufficiale dell'Impero Romano. Scienziata, filosofa e teurga, insegnante brillante, Ipazia si dedica con passione ai suoi studi. Quando però la situazione precipita e gli scontri tra cristiani, pagani ed ebrei si acuiscono, la donna viene massacrata da esaltati monaci parabalani su istigazione del vescovo Cirillo (in seguito santificato).


Silvia Ronchey ripercorre con estrema puntualità tutte le fonti tardo-antiche e medievali intorno alla vicenda fino ad arrivare alle rielaborazioni moderne, cercando di liberare il campo dalle deformazioni che ha subito nel corso dei secoli e di offrire la ricostruzione più vicina possibile al vero della vita, dell'opera e della tragica morte di Ipazia. L'omicidio della filosofa si rivela così di natura non religiosa bensì politica, nell'ambito della lotta per il potere combattuta tra le istituzioni imperiali rappresentate da Oreste e quelle ecclesiastiche rappresentate da Cirillo. Assai probabilmente, inoltre, Ipazia non è stata una precorritrice delle scoperte di Copernico, Galileo e Keplero come vorrebbe una certa tradizione e anzi i suoi studi sarebbero stati, complessivamente, poco originali.Silvia_Ronchey_-_Festivaletteratura_2012.JPG


Questo quadro è certamente meno suggestivo e avvincente della leggenda che ha fatto di Ipazia una martire del libero pensiero e perfino, ante litteram, del femminismo; ma questo non impedisce alla Ronchey di concludere giustamente che, ovunque e in qualunque momento dovesse riproporsi una situazione simile, «saremo sempre dalla parte di Ipazia».

Resta infatti forte e inequivocabile, da parte della studiosa, la condanna del famigerato vescovo Cirillo e a questo proposito la Ronchey osserva anche che la Chiesa di Roma, che negli ultimi vent'anni ha chiesto perdono per molti episodi oscuri (basta ricordare Galilei e Bruno), per Ipazia non ha speso neppure una parola.

Bisogna invece, e oggi come allora si rivela urgente, uscire dalla logica mistificata e mistificante dello “scontro di civiltà” e ragionare seriamente in termini di integrazione: valore altissimo che, secondo Silvia Ronchey, Ipazia ha rappresentato al suo tempo e di cui, a tutt’oggi, può esserci maestra contro ogni involuzione arrogante, autoritaria e violenta.


Personalmente non posso negare che, se da un lato trovo naturalmente doveroso l'approccio storico e filologico di Silvia Ronchey (anche se non facilmente accessibile al largo pubblico), dall'altro lato mi piace anche coltivare un certo mito di Ipazia, indulgendo perfino a qualche (piccola) deformazione che può offrire, anche proprio ad un pubblico esteso, spunti di riflessione di grande importanza e attualità sui temi del libero pensiero e dello sfruttamento della fede religiosa a fini politici e di ambizione personale.

Per questo ho amato molto il film Agorà che nel 2009 il regista Alejandro Amenábar ha dedicato alla storia della filosofa alessandrina.

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