L'amore mai più

Pubblicato il da vocelibera2011

N.B. Il post che segue è un mio racconto d'invenzione. La presenza della componente erotica ne sconsiglia la lettura ad un pubblico sensibile.

 

 

 


 

 

 

 

Seduta sul divano, la schiena contro un bracciolo, le ginocchia al petto, Marja beveva. Aveva cominciato a cena, al tavolo del ristorantino sul mare degli appuntamenti importanti: un vino bianco leggero su un delicato primo al salmone; arrivata a casa, invece, era passata a champagne e rum.

C’era da festeggiare. Quella data doveva essere ricordata con una bella sbronza, di quelle che cancellano ogni remora e ogni nostalgia.


Accanto a lei c’era Donald, il compagno di quegli ultimi mesi. Inizialmente avevano bevuto dai calici, poggiati sempre più instabilmente sul pavimento da mani sempre più incerte; ma ormai si passavano la bottiglia bevendo direttamente dal collo, ridendo a crepapelle. Intanto i vestiti volavano via e lei si guardava il seno e il ventre e il pube e si chiedeva se fosse bella abbastanza sotto tanta luce. Le mani e le labbra di lui sembravano dire di sì.

Infine Marja si ritrovò distesa sul pavimento, completamente nuda, i riccioli ramati sparsi disordinatamente; rideva e diceva parolacce. Poi lui si stese sopra di lei ed entrò dentro di lei… e l’alcol non bastò più.


Nonostante fosse completamente ubriaca, tanto che in seguito avrebbe ricordato assai poco di quella notte, in quei minuti era assolutamente lucida e di quei minuti non avrebbe dimenticato nulla.
È proprio vero che in vino veritas. Lui era dentro di lei, si muoveva veloce, troppo veloce, come sempre. A lei non piaceva: il brutto vizio di quasi tutti gli uomini che aveva avuto. Lei aveva bisogno di un ritmo diverso, di una penetrazione profonda ma lenta, perché ogni cellula di lei voleva sentire e godere quel contatto; solo alla fine le piaceva accelerare. Ma lui seguiva il proprio ritmo vorace, feroce, e non c’era modo di fargli capire che una donna può avere desideri diversi.

 

Cosa ci faceva lì, nuda sul pavimento, con uomo che la stava prendendo senza dirle una parola, né affettuosa né oscena? Per fortuna era a casa sua, almeno l’ambiente le era amico, familiare, la faceva sentire nonostante tutto protetta, come quelle braccia di uomo non sapevano fare.

Quelle braccia… muscolose, forti, con quei tatuaggi di lupo… quelle braccia che all’inizio della loro storia avevano saputo stringerla con tenerezza e passione, convincendola ad uscire dalla solitudine nella quale si era rinchiusa dopo alcune storie deprimenti. E lei, che aveva tanto bisogno di abbracci, si era sciolta tra quelle braccia e in qualche modo ci aveva creduto.


Ma lui non era poi così diverso dagli altri e dopo averla avuta la prima volta non le aveva più detto una sola parola affettuosa, neppure un «ti voglio bene»; non c’erano più state carezze o tenerezze.

La mattina dopo, smaltita la sbornia, Marja pianse più volte un pianto disperato di bambina: non era per gli eventi del passato, ormai sufficientemente lontani da non farle più tanto male; ma per quelli del presente, un presente squallido senza amore e senza dolcezza. Senza senso.

D’altra parte lui lo aveva ripetuto tante volte e lei ci aveva perfino scherzato su, fingendo anche con se stessa che non fosse importante o che lui, in fondo, non dicesse sul serio: «il maschio ha delle esigenze». Era vero; ma a questo punto lei non era più disposta ad accettarlo.

Per lei la tenerezza veniva prima d’ogni altra cosa: la spaventava quando un uomo le rivolgeva solo gli sguardi annebbiati da una voglia animalesca; non si sentiva più una donna, ma uno strumento di piacere fine a se stesso.

Eppure era arrivata al punto di umiliarsi, di mortificare se stessa e la propria dignità, a concedere il suo corpo nella speranza remota di ottenere in cambio anche un po’ di tenerezza. Ma lui di solito si addormentava; oppure si alzava senza dire una parola per andare a fumare, con lo stesso sguardo vuoto di quando si gettava su di lei. In ogni caso Marja restava sola.


Cosa aveva fatto? Non avrebbe commesso ancora lo stesso errore. L’amore era solo «la favola bella che ieri la illuse», parafrasando il celebre poeta.


Palpiti e fremiti Marja ora li tiene per sé, accarezzandosi al buio sotto le coperte o seduta alla scrivania di casa: sotto le dita sente i capezzoli indurirsi; il suo seno, che a quarant’anni è ancora acerbo e sodo come quello di un’adolescente, si fa più tondo; il sesso si bagna e lei avverte una fitta dolorosa e piacevole insieme a quelle labbra che chiedono di essere riempite; lei si accarezza, il cuore batte sempre più forte e il piacere esplode come una scarica elettrica che lei cerca di prolungare il più possibile. E intanto tiene gli occhi chiusi e sogna. Sogna l’amore che non c'è, l'amore che non esiste. La maledetta menzogna della vita.

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