L'amore per sempre

Pubblicato il da vocelibera2011

N.B. Il post che segue è un mio racconto d'invenzione. La presenza della componente erotica ne sconsiglia la lettura ad un pubblico sensibile.


 



 

Lo avrebbe amato per sempre. Non poteva non essere così.

Quando si erano conosciuti, Danja aveva 25 anni. Lavorava già da tempo come infermiera, e ogni giorno incontrava la sofferenza e la morte; ma per altri versi era ancora una ragazzina. E Roman fu il suo principe azzurro. Per quanto possa suonare melenso, al punto da sembrare falso, invece è proprio così. Semplicemente così.

Lui aveva 40 anni e un matrimonio finito alle spalle. Finito malissimo, tanto che non voleva in nessun modo parlarne. Ma voleva ancora amare, e aveva tanto amore da dare, e sapeva come farne un dono semplice e autentico.


La famiglia di Roman era ostile a Danja, avrebbe preferito che lui ricomponesse il suo matrimonio. Ma Roman guardava già oltre e sorrideva già ad un futuro diverso. Danja si innamorò innanzitutto del suo sorriso e della sua risata squillante.


Era una sera di settembre sulla costa, ormai la spiaggia era deserta. Lui la prese per mano e cominciò a correre, a correre, a correre sulla battigia e rideva, rideva, rideva e ripeteva: «Esisti solo tu, esisti solo tu, esisti solo tu!», fino a non avere più fiato. Poi si fermò, affannato, sudato, felice e la baciò. Lei amava i suoi baci profondi e teneri insieme: con una mano le teneva la nuca, forte, perché non potesse abbandonare quel bacio se non quando lo avesse voluto lui; con l'altra mano le accarezzava il viso e le sfiorava le labbra; intanto la sua lingua affondava decisa e Danja si lasciava guidare dai suoi movimenti sicuri e appassionati. Sapeva che lui non avrebbe mai approfittato del suo abbandono.

«Se vuoi, stasera voliamo», le disse. «Fammi volare».

Nella poca luce che veniva dal bar del lido lei riusciva a vedere i suoi occhi teneri e seri. «Voglio essere tua», e il "per sempre" le morì sulle labbra, perché ancora aveva paura di perderlo per una parola di troppo, troppo infantile, troppo impegnativa. «Mia, stasera e per sempre».

Lei sentì il suo sesso bagnarsi e quasi le faceva male, un dolore leggero e piacevolissimo di desiderio. Sentiva le sue mani che le accarezzavano la nuca, le spalle, la schiena, le sfioravano appena il seno e poi scorrevano sui suoi fianchi, con i pollici che le premevano sul ventre. A Danja sembrava già di impazzire.


Roman le sfilò la maglietta, ma poi fu lei, tenendo ancora il reggiseno allacciato, ad abbassarne le bretelline: si prese il seno tra le mani e glielo offrì da succhiare. Lui la fece inginocchiare sulla sabbia e si inginocchiò anche lui, di fronte a lei, con le mani sui suoi fianchi, i pollici che le premevano sul basso ventre e le sfioravano il pube e succhiò quel seno rotondo e sodo: lei sentì i capezzoli indurirsi sotto la sua lingua e si bagnò ancora di più, un brivido le attraversò la schiena e la fece quasi gridare. Era stordita, eccitata... Voleva di più, di più, di più.


Danja indossava una gonna bianca di cotone leggero, lunga al ginocchio, che si allargava a campana e sotto un perizoma bianco, di merletto. Stavano distesi e fu di nuovo lei a spingere le dita di Roman sul suo sesso, era diventata una tortura insopportabile sentirle così vicine e sempre troppo lontane. E fu ancora lei a fermarlo, quando l'eccitazione stava per esplodere, e lei invece voleva che durasse di più, il più a lungo possibile.

«Voglio essere tutta nuda per te». Si slacciò il reggiseno, sfilò la gonna e le mutandine, sollevandosi a sedere e poi si distese di nuovo, questa volta su di lui, lasciando entrare quel sesso duro e forte dentro di sé.

Non credeva di poterlo fare in quella posizione di cui si era sempre vergognata, ma con lui non c'era imbarazzo: era nel posto giusto con la persona giusta e faceva le cose giuste. Alternava un ritmo più lento, che la portava vicinissima al culmine, ed un ritmo più veloce. Roman muoveva il bacino seguendo il ritmo di lei.

Ripeteva: «Ti voglio, ti voglio, ti voglio... Sei mia, solo mia, mia, mia...». Lei gli baciò le labbra, ne seguì il contorno con la lingua, e poi il collo, il petto e intanto il loro ritmo si faceva più uguale.


Roman la fece rotolare con la schiena sulla sabbia, lui sopra di lei senza uscire da quel nido caldo e bagnato, vibrante.

«Ancora, ancora, ancora...» e le mancò il fiato; poi sentì un calore forte che dal sesso si irradiava a tutto il corpo e perse ogni controllo di sé fino a gridare forte tutta l'immensa indefinibile felicità che la riempiva, senza avere paura di muoversi in maniera scomposta o sconveniente, semplicemente godendo appieno la gioia dell'amore. Lui venne dentro di lei subito dopo, ansimando e stringendola a sé, una mano sotto il suo bacino, l'altra puntata sulla sabbia.

Rimasero a lungo distesi, lui scivolò lungo il fianco di lei, lei gli strinse le spalle perché aveva paura di perderlo. «Non lasciarmi mai». «Mai, amore mio. Ti amerò e ti proteggerò per sempre».


Quell'amore doveva essere per sempre, meritava di essere per sempre: la felicità che sapevano darsi l'un l'altra ogni giorno, con i piccoli gesti, pure tra le nevrosi quotidiane, con gli abbracci e gli amplessi sempre più arditi... quella felicità era semplice e unica.

Ma la vita se ne frega della felicità di un uomo e di una donna, della piccola immensa felicità che l'amore sa regalare. E la vita due anni dopo, solo due anni dopo, si portò via Roman. Senza far soffrire lui, ma lasciando lei sola e sbigottita per un dolore troppo grande e troppo ingiusto.

Non ci fu bisogno di deciderlo, fu semplicemente ovvio: non ci sarebbe stato un altro amore per lei, mai più: sarebbe rimasta sua per sempre, come si erano promessi quella sera di settembre al mare.


*****

 

Questo racconto è dedicato ad una donna che ho avuto la fortuna di conoscere. È solo grazie a lei, e al suo dolore struggente e composto per il suo uomo scomparso, che io conservo, nonostante tutto, la fede nell'amore "per sempre".

 

 


 


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