L’insopportabile solitudine: "L’amore non guasta" di Jonathan Coe

Pubblicato il da vocelibera2011

http://m2.paperblog.com/i/25/259090/la-solitudine-L-twXSO8.jpegNel 1989 lo scrittore inglese Jonathan Coe (Birmingham, 1961) pubblicava il suo secondo romanzo, L’amore non guasta (A touch of love). La storia lascia un senso di malinconia, di triste ineluttabilità, e anticipa già umori e atmosfere del più maturo La famiglia Winshaw del 1994.


Robin è un ventiseienne che vive a Coventry in un appartamento molto trascurato e da più di quattro anni è alle prese con una tesi di dottorato che non riesce neppure a cominciare a scrivere. In realtà il giovane è vittima di un male di vivere che lo tiene ai margini dei rapporti sociali e al quale dà voce soprattutto attraverso quattro racconti, scritti con grafia irregolare su altrettanti taccuini. Sospettato di aver molestato un ragazzino in un parco pubblico, Robin viene convocato a processo, ma quel processo non si svolgerà mai.


Robin rivela, attraverso le sue parole, le sue riflessioni e i suoi quattro racconti, una profonda e dolente sensibilità che cerca rifugio in sogni e fantasie, la convinzione radicata del non-senso di un’esistenza governata esclusivamente dal caso, un bisogno spasmodico di corrispondenze intellettuali, desiderio e paura di amare, un rapporto problematico con la fisicità dell’amore. C’è un grande amore inappagato nel passato di Robin e nel presente un’amica indiana, Aparna, che non saprà aiutarlo.


Attraverso una narrazione che si dipana su più piani ed è condotta da più voci, Coe descrive due umanità: ci sono uomini e donne superficiali, che vivono vite banali ma soddisfacenti; e ci sono gli animi sensibili, che si interrogano sul senso dell’esistenza come sul ruolo della politica e che cercano con l’altro una corrispondenza intellettuale ed emotiva più profonda, ma sono condannati alla solitudine, all’incomunicabilità, all’inazione, in certi casi fino all’autodistruzione.

Il titolo originale suggerisce che un tocco d’amore potrebbe creare una terza via. Essa però non si concretizza: l’amore, anzi, assume addirittura un ruolo distruttivo.

Bisogna forse pensare ad una forma d’amore più alta, che non si banalizzi nella quotidianità, che sia insieme attrazione fisica, emotiva ed intellettuale. Ma in questo modo si torna al punto di partenza: questo genere d’amore, che Robin ha intravisto (o creduto di intravedere) negli anni del college, non sembra esistere. L’umanità sensibile di Coe è anche troppo diffidente ed egocentrica, incapace di agire e reagire.


È proprio questo il circolo vizioso nel quale è facile perdersi, ma al quale occorre sfuggire.

Una percezione più intensa e drammatica del vivere può spingere al pessimismo, alla rassegnazione, e dunque in ultima analisi può finire col negare se stessa, la propria stessa profondità. I personaggi di Coe vivono e muoiono intrappolati in questo meccanismo perverso.

Tuttavia dobbiamo credere che l’alternativa esista, e che sia davvero l’amore, la passione. L’amore verso una persona, un’idea, un obiettivo, un amore che spinga ad agire, a costruire per sé e per gli altri un avvenire migliore.



«Mi guardo dentro, vedo questa vuotezza al centro, e non so come sia capitato, e neanche cosa farci. E mi spaventa da morire».

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