L’ultima battaglia: "Il cavaliere e la morte" di Leonardo Sciascia

Pubblicato il da vocelibera2011

http://www.storia-dell-arte.com/anto2/immagini_%20voci/artisti/durer/durer_il_cavaliere_la_morte.jpgPochi mesi prima di morire, Leonardo Sciascia (Racalmuto, 1921 – Palermo, 1989) pubblicò un breve racconto giallo (il suo genere prediletto) intitolato Il cavaliere e la morte: era l’autunno del 1988 e il libriccino era stato composto nell’estate.

 

Il protagonista è un commissario di polizia siciliano (lungo tutta la narrazione chiamato “il Vice”) trapiantato in una città del nord. Egli è ormai consumato da un male incurabile; tuttavia continua a lavorare conservando, nonostante il tormento del dolore fisico, ironia, sensibilità e intelligenza. Quando un noto avvocato viene assassinato e si comincia a parlare di un sedicente gruppo terroristico denominato “Figli dell’Ottantanove”, il Vice è l’unico a seguire la pista giusta, smascherando le montature. Gli viene però impedito di portare a termine le indagini.

 

 

Il racconto trae il titolo da un’incisione di Albrecht Dürer, Il cavaliere, la morte e il diavolo, che il Vice tiene nel proprio ufficio e ispira alcune delle sue più intense e dolorose riflessioni su se stesso e sulla realtà che lo circonda.

In questo modo Sciascia attribuisce alla narrazione un'evidente trama simbolica. D’altra parte lui stesso definì il suo libriccino col termine francese sotie, che sta ad indicare un racconto allegorico (di norma di satira sociale e politica).

 

I temi rimangono quelli che stavano più a cuore all’autore: l’inettitudine o la corruzione delle forze dell’ordine, le trame politiche e finanziarie occulte, la crisi civile e morale del nostro Paese.

Personaggi e vicende narrati spingono inevitabilmente ad un confronto con Il giorno della civetta, il romanzo scritto da Sciascia nel 1961. Lì c’era il giovane capitano dei carabinieri Bellodi, ex-partigiano sceso da Parma in Sicilia a contrastare la mafia e infine desideroso di tornarvi nonostante l’insabbiamento della sua brillante inchiesta. Qui invece c’è un anziano commissario venuto su dalla Sicilia e destinato a morire in servizio. L’amore per la verità dei due protagonisti è lo stesso, così come la profonda cultura e la caparbietà nel perseguire i propri obiettivi; entrambi inoltre si scontrano inevitabilmente con depistaggi e connivenze criminali.

Tuttavia lo scrittore ha dato ai suoi protagonisti un’età ed una sorte diverse. Se nel 1961 era ancora possibile credere che l’ardore della giovinezza, del capitano Bellodi e di quella giovane Italia che aveva abbattuto la dittatura fascista, potesse realizzare un mondo nuovo; ventisette anni dopo Sciascia non poteva più condividere quell’ottimismo. Il Vice è avanti negli anni e sta morendo per un cancro che lo corrode dall’interno come rosa dall’interno appariva allo scrittore la nostra società malata, abbandonata perfino dal diavolo (ma nella malattia del Vice c’è anche un’eco autobiografica, poiché l’autore era anche lui tormentato da un male incurabile).

 

Curzio Maltese ha scritto che oggi l’Italia non starebbe vivendo l’età di una Seconda Repubblica, come spesso invece si dice. Dopo Tangentopoli la Prima Repubblica si sarebbe semplicemente riciclata, senza cambiamenti sostanziali. Solo adesso saremmo al capolinea di quel regime corrotto e corruttore che si è chiamato Prima Repubblica.

È difficile dire se la Seconda Repubblica che nascerà dalle ceneri di ciò che ci circonda (ammesso che il sistema attuale stia davvero per esplodere, o implodere) sarà migliore. Di certo Sciascia aveva compreso alla perfezione tutti i meccanismi e le perversioni del sistema in cui viveva e ancora viviamo. Nelle ultime pagine del racconto il Vice medita sul futuro che attende le nuove generazioni e ne traccia un quadro fosco che è incredibilmente corrispondente alla realtà odierna, venti anni dopo: una scuola «senza gioia e senza fantasia», tecnologie invadenti, cibo insapore, la memoria dimenticata (anzi, la Memoria!).

 

Per la realtà corrotta che denuncia e anche per il suo carattere profetico, dunque, oltre che per la qualità della scrittura sempre limpida e spesso brillante, Il cavaliere e la morte merita ancora un ricordo ed una, dolorosa, rilettura.

 

 

«Si può sospettare, dunque, che esista una segreta carta costituzionale che al primo articolo reciti: La sicurezza del potere si fonda sull’insicurezza dei cittadini»

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