L’ultima lettera del condannato: "Un’anima non vile" di Fred Uhlman

Pubblicato il da vocelibera2011

http://img2.libreriauniversitaria.it/BIT/240/641/9788862566414.jpgRisale al 1979 il secondo racconto o romanzo breve della Trilogia del ritorno di Fred Uhlman (Stoccarda, 1901 – Londra, 1985) che comprende anche il celebre L’amico ritrovato e Niente resurrezioni, per favore. Il titolo Un’anima non vile (No coward soul) si riferisce a Konradin, che è la voce narrante che viene a sostituirsi a quella di Hans dell’Amico ritrovato.

 

Sono trascorsi undici anni da quando il giovane ebreo Hans ha lasciato la Germania per sfuggire alle persecuzioni naziste. Konradin, l’amico degli ultimi mesi felici prima della partenza, l’unico vero grande amico dei sedici anni e di sempre, si trova rinchiuso nel carcere di Spandau e sta per essere giustiziato per aver attentato alla vita di Hitler. Negli ultimi giorni prima dell’esecuzione scrive una lunga lettera ad Hans per spiegargli ciò che non c’era stato modo di dire allora e per chiedergli perdono.

 

Un’anima non vile ripercorre gli stessi eventi narrati nell’Amico ritrovato, da quel gennaio del 1932 quando il conte Konradin von Hohenfels, appartenente ad una delle più antiche e nobili famiglie tedesche, era entrato a far parte della classe di Hans fino alla partenza di quest’ultimo per l’America. Nel mezzo i mesi di amicizia, unica, esclusiva, appassionata come solo un’amicizia tra adolescenti, per di più sensibili e sognatori, può essere. Poi Konradin era diventato nazista e aveva voltato le spalle all’amico.

Nella lettera il conte ammette di essere stato ingenuo e di essersi lasciato manipolare dalla propria famiglia. Solo troppo tardi, dopo Stalingrado, si era reso conto di avere sbagliato e aveva cercato di rimediare. Prima di morire sente il bisogno di riconciliarsi con l’amico che ha deluso e tradito.http://profile.ak.fbcdn.net/hprofile-ak-ash2/276862_276090099084168_2005966_n.jpg

 

Le parole di Konradin seguono il flusso disordinato dei pensieri e delle emozioni, mentre il giovane (ha solo 28 anni e sta andando al patibolo!) cerca di allontanare la paura che lo attanaglia in vista della condanna. Ritroviamo così fatti per lo più già noti dal primo racconto, narrati però da un diverso angolo di visuale, che rivela uno sguardo o un pensiero che dall’altro lato non era stato colto o compreso o ricostruisce un diverso ordine degli eventi. Al tempo stesso il sentimento che anima le due voci è lo stesso: quello di un’amicizia profonda e appassionata come un primo amore.

 

Tuttavia, non si ripete, in questo secondo racconto, quel miracolo che rende il primo un autentico gioiello. Non si realizza quell’equilibrio straordinario tra piccole storie e Grande Storia, tra emozioni, sentimenti, paesaggi, riflessioni, sogni, rimpianti.

Come se, volendo svelare ciò che era rimasto “non detto” nel primo racconto, l’autore abbia infranto un incanto.

 

 

«Non sono un vigliacco, Hans. La tradizione degli Hohenfels non lo permette. […] È il modo orribile in cui devo morire: strangolato lentamente, appeso a contorcermi ad un gancio da macellaio. Hans, ho paura»

Per essere informato degli ultimi articoli, iscriviti:

Commenta il post