La fine della fiducia rivoluzionaria (2): "Candido ovvero un sogno fatto in Sicilia" di Leonardo Sciascia

Pubblicato il da vocelibera2011

http://multimedia.fnac.it/multimedia/IT/images_produits/IT/ZoomPE/9/1/6/9788845919619.jpg?200911122329Nel 1977 Leonardo Sciascia (Racalmuto, 1921 – Palermo, 1989) pubblicava Candido ovvero un sogno fatto in Sicilia, un breve romanzo ispirato al Candido dello scrittore francese Voltaire. Come il modello illuminista l’opera di Sciascia è una narrazione “a tesi”; tuttavia è anche un libriccino intimo, che contiene una riflessione dolorosa ben sintetizzata dalla frase finale della nota che lo chiude: l’autore, confessando il rammarico per non essere riuscito a riproporre la leggerezza del modello, osservava: «Ma greve è il nostro tempo, assai greve».
Effettivamente la seconda parte del racconto risulta, a tratti, un po’ pesante e complessivamente l’opera non ha la freschezza e la speranza del Giorno della civetta (1961) e neppure il lucido, amaro disincanto di Todo modo (1974). Attraverso la vicenda narrata lo scrittore racconta, con delusione e non senza difficoltà e imbarazzo, il suo allontanamento dal Partito Comunista. E il quadro generale resta, nonostante la conclusione del racconto, senza luce.
 
Candido nasce in una notte di luglio del 1943, in una grotta nelle campagne siciliane dove la popolazione si è rifugiata a causa dei bombardamenti americani. Il narratore segue la vita del protagonista fino all’anno 1977, mettendone in risalto in particolare l’indole semplice e sincera. L’ingenua spontaneità di Candido ha però, nel corso degli anni, delle gravi conseguenze su coloro che lo circondano e l’unico a restargli accanto sempre è l’arciprete Antonio Lepanto. Con lui Candido instaura fin dagli anni dell’infanzia un’amicizia affettuosa e con lui compie l’importante e deludente esperienza all’interno del Partito Comunista. Alla conclusione della storia, immerso in una vita che per lui conserva i tratti del sogno, Candido può dirsi felice.
 
Candido, nella sua semplicità e ingenuità, con la sua coerenza e il suo spontaneo ottimismo, non riesce in nessun modo ad integrarsi in un sistema che, a tutti i livelli, è ipocrita e corrotto. Il candore del protagonista, anzi, finisce proprio con lo smascherare ipocrisie e intrighi. Suo padre, l’avvocato Munafò, è coinvolto in affari loschi; il nonno materno, Arturo Cressi, è stato fascista e poi si è riciclato nella Democrazia Cristiana senza rinnegare il passato e senza avvertire la contraddizione; il segretario del Partito Comunista locale è un uomo meschino e vendicativo. Sullo sfondo, ma determinanti fin dal tempo dello sbarco degli Americani, si collocano i maneggi della mafia.
D’altra parte Candido non ha bisogno di integrarsi in una realtà di questo genere, e dunque semplicemente non lo fa. Fin dall’infanzia egli vive coltivando l’immaginazione e conservando un sostanziale distacco da tutto e tutti. Ingenuo e pacato, privo di tormenti profondi, anche nel dolore o nella frustrazione è sostenuto dal suo incrollabile ottimismo, dal suo innato e incondizionato amore per la vita.
 
Tuttavia, come Sciascia stesso riconosceva, gli anni ’70 del Novecento non sono stati un’epoca di ottimismi e di entusiasmi. Candido rimane dunque, potremmo dire, un personaggio fantastico, frutto della suggestione voltairiana, il protagonista appunto di un «sogno fatto in Sicilia»: egli può essere felice, ma solo a condizione di allentare i legami con la realtà.
In verità c’è stato un tempo in cui Candido ha manifestato un desiderio sincero e concreto di contribuire al benessere collettivo; tuttavia, ingannato e disgustato dai poteri forti, non avendo trovato ascolto alle proprie denunce, ha rinunciato volontariamente ad una responsabilità che ha sentito troppo grande e ha deciso di fare parte per se stesso. Per la sua nuova vita ha scelto la Francia, un Paese nel quale, a differenza che in Italia, sembra che qualcosa di nuovo e migliore possa ancora cominciare: tuttavia non sembra che in nessun modo il giovane intenda essere artefice in prima persona di un cambiamento.

Chi, tra i critici, vede nel personaggio di Candido un nuovo modello positivo, non più "illuministico", ma incarnazione di un nuovo umanesimo naturale, sbaglia: questo sembra emergere chiaramente non solo dal romanzo in questione, ma anche dalla produzione successiva dell'autore.

 

Accanto a Candido, molto diverso da lui, si colloca il personaggio di don Antonio: prima arciprete moderno e anticonformista, appassionato di psicanalisi in un tempo in cui questi interessi erano considerati sovversivi (ma la psicanalisi è oggetto anche dell'ironia di Sciascia); poi, svestito l’abito, comunista integerrimo ma tormentato. Antonio Lepanto ha bisogno di collocarsi dentro un’ideologia, dentro una “Chiesa”. Non sa vivere alla maniera di Candido. La Chiesa cattolica, con i suoi maneggi e le sue ipocrisie, lo ha deluso; il PCI si rivela col tempo una "Chiesa" non meno rigida all’apparenza e non meno corrotta nella sostanza, ma «spretarmi due volte, nel giro di pochi anni, è impensabile». Nello scambio epistolare con Candido emergono tutti i dubbi e le contraddizioni di Antonio: egli le considera la ricchezza di un uomo di sinistra, una ricchezza che il partito dovrebbe ritrovare per non smarrire la propria missione. Ma il PCI va in altra direzione, e Antonio vi resta dentro solo perché non esiste, ai suoi occhi, un’alternativa.
Nell’ultima pagina Antonio, in visita a Candido a Parigi, abbraccia un palo nei pressi di una statua di Voltaire, definendo il filosofo francese «il nostro vero padre». Candido lo allontana con dolcezza ma con fermezza dalla statua, invitandolo ad abbandonare, una volta per tutte, la ricerca di un padre. In questo modo si consuma il distacco di Sciascia da ogni rivoluzione, da ogni fiducia di cambiamento globale. Se il Candido di Voltaire si chiudeva su una morale concreta e fattiva, quello di Sciascia si conclude invece su una rinuncia all’azione.
 
Nonostante siano trascorsi pochi decenni, i nomi di partiti come DC e PCI sembrano rimandare ad un passato remotissimo. Eppure la sostanza non è cambiata: corruzione, trasformismo, il disorientamento di chi non riesce a riconoscersi in nessuna bandiera, il bisogno insopprimibile di una bandiera.
Oggi, a dire il vero, non esistono bandiere politiche: esistono affabulatori più o meno capaci, più o meno ambiziosi, che meglio o peggio rispecchiano interessi economici o esigenze concrete ma per lo più egoistiche e miopi. Oggi solo le Chiese sembrano riuscire a catalizzare ancora energie vive, ma ciò avviene tanto più quanto più intransigente e intollerante, aggressiva e violenta, la dottrina si manifesta.
Chi non si lascia abbindolare dai venditori di fumo o attirare nella spirale distruttiva del fanatismo religioso ha poche alternative.
A volte siamo attratti dal passato perché ci illude di essere stato migliore: ma Sciascia (e non soltanto lui) mostra che così probabilmente non era; a volte siamo tentati di vivere solo nel presente e del presente, di un edonismo immediato e spicciolo che però ci soddisfa solo se basta tanto poco per riempire il nostro vuoto; a volte viviamo sospesi tra realtà e sogno, novelli don Chisciotte, o anche novelli Candido, felici di poco, ma solo finché la fortuna ci assiste.
Ma quanti sono coloro che si proiettano davvero, in maniera positiva e costruttiva per la collettività, verso il futuro? Per progettare a lungo termine occorre una salda fiducia in un programma comune, una carica ideale, un’energia vitale, una fede forte ma senza pregiudizi, aperta al dialogo. Non sembra storia dei nostri tempi. Secondo Sciascia non era neppure storia del 1977.
Più volte, nella storia, è parso che il mondo stesse per finire, distrutto dall’egoismo e dalla malvagità dell’uomo; e invece non è stato così: ma fino a quando il prezzo da pagare per la sopravvivenza del genere umano potrà essere davvero sostenuto?
 
 
«E c’era un contrasto abbastanza netto, anche se inavvertito, tra coloro che formavano il partito, che per numero, bisogni e speranze erano il partito, e coloro che il partito rappresentavano e dirigevano: di inesauribile e sfuggente corso i discorsi di questi; rapidi e secchi come colpi al bersaglio gli interventi di quelli e non privi, a volte, di grezza ironia. Don Antonio vedeva in questo contrasto, che mai però veniva fuori come contrasto, una ripetizione di quel che nella Chiesa era sempre accaduto ed accadeva: […]»

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