Il fascino magico della chimica: "Il sistema periodico" di Primo Levi

Pubblicato il da vocelibera2011

http://www.multiversi.org/immagini/Magica%20scienza%2001.jpgA dispetto del titolo, Il sistema periodico di Primo Levi (Torino 1919 – 1987) non è un manuale di chimica. Questa disciplina, tuttavia, vi occupa una posizione importantissima. Le ventuno brevi narrazioni che compongono il volume sono infatti legate ad altrettanti elementi chimici, che ne costituiscono anche i titoli.

In questo modo l’autore, che era appunto un chimico, ricostruisce una sorta di autobiografia che ripercorre alcuni momenti particolari della sua vita, compresi alcuni episodi legati alla terribile esperienza della deportazione ad Auschwitz. Risalgono agli anni giovanili di Levi due racconti, Piombo e Mercurio, che l’autore aveva creduto perduti e poi aveva ritrovato e che rivelano il talento dello scrittore fin da un’età piuttosto precoce. Gli altri racconti risalgono a circa trenta anni dopo: la raccolta fu infatti pubblicata nel 1975.
La scrittura è limpida, precisa, accattivante, a tratti anche commossa.
 
«Io chiedevo tutt’altro: per me la chimica rappresentava una nuvola indefinita di potenze future, che avvolgeva il mio avvenire in nere volute lacerate da bagliori di fuoco»: col linguaggio enfatico di un adolescente degli anni ’30, studente del liceo classico, Levi rievoca il suo appassionato approccio alla chimica al tempo dei 16 anni, quando con l’amico Enrico compiva i primi maldestri esperimenti, entusiasmanti e incoscienti, sull’idrogeno.
Lavorando in seguito con lo zinco, Levi ne ricavò l’elogio dell'impurezza: solo dalla mescolanza, dall’incontro di elementi diversi, nasce una nuova vita. Intanto il regime fascista imponeva invece la purezza della razza ed escludeva violentemente il diverso.
Le leggi razziali creavano un divario sempre più profondo tra Ebrei e non-Ebrei, ma Levi poteva ancora continuare i suoi studi universitari animato dal proposito di dominare la materia, perché «comprendere la materia è necessario per comprendere l’universo e noi stessi». Il suo compagno di studi in quegli anni era Sandro, un taciturno montanaro che poi sarebbe morto da partigiano, uno dei personaggi più affascinanti del libro.
Giunsero poi gli anni più bui, la breve esperienza partigiana, l’arresto e la deportazione. La chimica fu la salvezza di Levi («Chemiker gut» gli aveva detto un altro prigioniero al suo arrivo ad Auschwitz): gli offrì infatti l’opportunità di conquistare una condizione meno disumana dentro il lager.
Venne infine il ritorno alla vita, nuove attività, nuovi legami. Ma Auschwitz restava sempre indimenticabile e imperdonabile, un ricordo destinato a ripresentarsi anche attraverso un certo Müller, «un esemplare umano tipicamente grigio», perfetto esempio, troppo tardi redento (se di redenzione si può parlare), di quella banalità del male che dovrebbe farci massimamente paura.
 
Non tutte le narrazioni inserite nel libro sono ugualmente felici sul piano letterario, tutte però contribuiscono a descrivere lo speciale rapporto che Levi aveva con la chimica. Lo scrittore si accosta a questa scienza, di cui parla in numerosi passaggi anche in termini squisitamente tecnici, animato da una grande passione e quasi dallo stupore di chi assiste ad una affascinante, seducente magia.
In questo modo la chimica può diventare anche emblema delle vicende umane e della condizione dell’uomo e il linguaggio scientifico una delle forme in cui trova espressione una filosofia della vita che, nonostante tutto, vuole credere in un futuro migliore.


«A me tremavano un po’ le gambe; provavo paura retrospettiva, e insieme una certa sciocca fierezza, per aver confermato un’ipotesi, e per aver scatenato una forza della natura. Era proprio idrogeno, dunque: lo stesso che brucia nel sole e nelle stelle, e dalla cui condensazione si formano in eterno silenzio gli universi»

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