La scuola è finita? "La classe" di François Bégaudeau

Pubblicato il da vocelibera2011

http://t1.gstatic.com/images?q=tbn:ANd9GcRD6r2c_zs862rPXmci-65B_O7G3aAXovaFZG8N2EVNRqckmtI2nwLa classe (Entre les murs) è un breve romanzo del professore, giornalista e scrittore François Bégaudeau (Luçon, 1971). Pubblicato in Francia nel 2006 e diventato ben presto un best-seller, ne è stato tratto anche un film dallo stesso titolo che ha vinto la Palma d’Oro a Cannes nel 2008.

 

Le vicende sono narrate in prima persona da un professore di Francese di una scuola media in cui molti dei frequentanti sono ragazzini immigrati di prima o di seconda generazione. La vita all’interno dell’istituto non è facile: da una parte piccoli bulli, studenti che capiscono a fatica il francese e ragazzi troppo spesso disinteressati alla cultura; dall’altra professori superficiali, annoiati, a volte perfino aggressivi che svolgono stancamente un mestiere nel quale non credono. Il romanzo si chiude su uno dei tanti episodi di vita scolastica, alla conclusione dell’anno, senza che nulla sia cambiato.

 

Il romanzo ha avuto un grande successo di pubblico e sulla prima di copertina dell’edizione Einaudi si legge: «Il romanzo che ha fatto disperare i professori e divertito fino alle lacrime gli studenti»; sulla quarta di copertina, invece, il libro viene definito «Autentico, acuto e divertentissimo». Numerose recensioni positive sono state pubblicate nei mesi su riviste e giornali.

Personalmente, invece, devo esprimere una profonda delusione. Sono consapevole che il mio giudizio possa suonare “di parte”, come l’opinione di una insegnante “disperata”. Tuttavia correrò il rischio.

 

Non ho mai insegnato in una scuola media né in una scuola in cui sia presente un’alta percentuale di figli di immigrati (nel meridione d’Italia, peraltro, l’immigrazione straniera è ancora piuttosto ridotta e solo nelle scuole dell’infanzia e primarie comincia a porsi seriamente il problema dell'integrazione). Devo perciò ammettere di non aver affrontato mai le problematiche specifiche che quel grado di scuola e l’eterogeneità socio-culturale degli allievi comportano. Ciò nonostante mi rifiuto di accettare il quadro offerto dall’autore del romanzo.

Mi trovo a constatare anche io l’ignoranza, l’indifferenza, la superficialità di tanti colleghi. D’altro canto esiste una percentuale di noi che si sforza ogni giorno, tra mille difficoltà, di essere sempre presente ed efficiente, per passione prima che per dovere, nello svolgimento del proprio compito. I frutti positivi, in questo secondo caso, si raccolgono. Spesso i giovani hanno degli adulti l’immagine di persone stanche, prive di entusiasmo, incapaci di divertirsi; quando scoprono che ciò non corrisponde (sempre) al vero, si lasciano coinvolgere e un vero dialogo diventa possibile. E questo dialogo arricchisce tutti.

Non so dire, onestamente, a chi giovi diffondere un quadro tanto negativo, come fa Bégaudeau, senza approfondire e fare le opportune distinzioni.

 

Naturalmente si potrebbe, si deve!, discutere del fatto che noi insegnanti siamo lasciati per lo più completamente soli, mentre si pretende che siamo professori, educatori, sociologi, psicologi.

Se non si crea una concreta sinergia tra i docenti e i presidi, tra la scuola e le ASL e i servizi sociali, affrontare problemi come alcol e droga, bullismo, disturbi dell’alimentazione, integrazione culturale diventa una battaglia contro i mulini a vento di donchisciottesca memoria.

Le difficoltà sopra accennate spesso spingono l’insegnante a chiudersi in se stesso, anche ad arroccarsi su posizioni intransigenti e aggressive, a rinunciare ad un ruolo sociale che è impossibile ricoprire da soli. Ma di questo bisogna parlare! Su questo bisogna riflettere, piuttosto che fermarsi alla superficie comica – più spesso tragi-comica – dei problemi.

 

 

(Un bulletto sfida l’insegnante e gli dà del “tu”; il professore perde le staffe – n.d.r.) Prof.: «E sai perché ti rompi le scatole? Perché la tua vita è il nulla. Perché è una vita penosa». Alunno: «E la tua è meglio?». Prof.: «Sì, la mia è mille volte meglio della tua che vieni a scuola perché non hai niente di meglio da fare. […]»

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