La storia si ripete?

Pubblicato il da vocelibera2011

La storia non si ripete mai identica: cambiano i luoghi, i tempi, gli attori, le dinamiche specifiche. Eppure ci sono dei meccanismi che tendono a riproporsi, meccanismi spesso tanto perversi che si potrebbe essere tentati di concludere che il progresso sia solo illusorio e che al di là di proclami e lettere morte l’uomo non abbia imparato nulla dagli errori del passato.

 

http://upload.wikimedia.org/wikipedia/it/d/d7/Pericle.jpgNel V sec. a.C. Atene era una città floridissima, modello per tante altre città-stato della Grecia: “maestra dell’Ellade” la definì lo statista Pericle (al potere dal 461 al 429 a.C.) nel celebre discorso riportato dallo storico a lui contemporaneo Tucidide (Storie, libro II, capitolo 41).

La cultura fioriva, incentivata in maniera particolare proprio da Pericle, in espressioni eccelse: dalla filosofia di Anassagora al teatro di Sofocle alla scultura di Fidia (per citare solo pochissimi esempi tra i tanti), Atene consegnò ai secoli a venire un patrimonio inestimabile con il quale generazioni di intellettuali ed artisti hanno dovuto inevitabilmente confrontarsi, in fondo fino ad oggi, anche se per prenderne le distanze.

Inoltre, un percorso cominciato poco più di un secolo prima aveva portato la città di Atene, partita peraltro in ritardo rispetto ad altre città greche di più antica e gloriosa tradizione, a rappresentare la forma più avanzata di democrazia di tutta l’età antica.

L’ordinamento ateniese escludeva dal diritto di voto le donne, gli schiavi e i “meteci” (ovvero gli “immigrati” da altre città greche). Discriminazioni gravissime secondo i nostri parametri moderni, non c’è dubbio: ma se pensiamo che ancora oggi, nelle nostre società occidentali cosiddette civili, le donne continuano a patire diverse forme di discriminazione e che la schiavitù è stata abolita sulla carta ma non sempre nei fatti, bisogna piuttosto ammettere che avremmo dovuto fare di più e meglio nei 2500 anni che ci separano dalla democratica Atene.

Gli uomini dell’Atene antica esercitavano invece tutti l’elettorato (almeno attivo) una volta raggiunta la maggiore età; e le riforme di Pericle, che introdussero per la prima volta un compenso giornaliero per l’esercizio di incarichi pubblici, aprirono ancor più concretamente la strada a chiunque volesse fare politica, senza distinzioni di reddito.

Una buona eloquenza era di norma garanzia di successo nelle infuocate assemblee politiche dell’epoca. Certo, la migliore preparazione retorica restava appannaggio di chi poteva permettersi l’alta parcella dei più rinomati maestri privati; ma una discreta istruzione di base era garantita a tutti.

Un ordinamento del genere, 2500 anni fa, può definirsi un traguardo straordinario.

 

Nello stesso periodo in cui diventava una città pienamente democratica (la parola “democrazia” fu coniata appunto dai Greci e significa “potere del popolo”) e si gloriava di monumenti immortali, la città-stato di Atene diventava un impero.

Un piccolo impero, paragonato ai grandi imperi mediterranei (da quello egiziano a quello persiano a quello romano); ma comunque un impero, fondato in particolare sul controllo dei commerci marittimi.

Atene attrasse nella propria orbita numerose città-stato, della madrepatria e delle colonie, le quali si dettero un ordinamento simile a quello ateniese. A sancire e regolamentare questi rapporti, nel 477 a.C. fu fondata la cosiddetta “lega delio-attica”, un’alleanza di città ioniche ed eoliche in cui Atene, inizialmente, fu solo prima fra pari; in breve tempo però la lega divenne appunto un impero, in cui Atene era di fatto dominatrice.

Questo dominio era esercitato non di rado con la violenza, di cui un esempio emblematico resta la vicenda degli abitanti della piccola isola di Melo (oggi Milo), narrata ancora una volta da Tucidide (Storie, libro V, capitoli 84-116). I Meli rivendicavano la propria autonomia nel nome della giustizia, gli Ateniesi imposero con la violenza il principio dell’utile e il diritto del più forte: Melo fu conquistata, gli uomini trucidati, le donne e i bambini ridotti in schiavitù.

 

Per preservare e rafforzare la democrazia al proprio interno, Atene non esitò dunque ad attuare una politica estera imperialistica anche molto violenta.

Si tratta di un paradosso solo apparente. Per garantire agli Ateniesi lavoro, stipendi, un diffuso benessere, la città doveva ricavare in parte anche dall’esterno le risorse economiche necessarie; ed inevitabilmente esse andavano acquistate anche con la forza. Qualunque opposizione, anche nel nome della neutralità, non poteva essere accettata perché avrebbe incrinato l’immagine di Atene nell’opinione pubblica internazionale.

 

Il parallelo con gli Stati Uniti di oggi sembra inevitabile. Fermo restando che di mezzo ci sono 2500 anni e dunque condizioni sociali, politiche, economiche, culturali globali assolutamente diverse.

Nonostante vi permangano discriminazioni e storture gravi, gli Stati Uniti sono attualmente uno degli esempi più alti di democrazia: anche chi non ha particolare simpatia per gli USA deve riconoscerlo.

Eppure questa democrazia prospera e domina a livello mondiale sul piano politico-economico (e in parte culturale) non solo grazie alle proprie risorse, ma anche attraverso lo sfruttamento delle risorse di alleati e di Stati più o meno direttamente controllati. Questo sfruttamento non di rado si traduce anche in operazioni di guerra e in atti assolutamente disumani (citare l’Iraq è perfino banale).

Cosa bisogna allora pensare? Che non possa esistere democrazia senza discriminazioni al proprio interno e senza violenze perpetrate all’esterno? Che l’uomo occidentale, che ha saputo e che sa raggiungere vette altissime nei campi più disparati, non sia però capace di tradurre in una pratica davvero democratica, civile, solidale i princìpi che ha saputo teoricamente concepire?

Da Atene agli USA sembrerebbe così. E questo potrebbe spingerci a deporre ogni progetto di cambiamento, anche a lungo termine, rassegnati a soccombere ad una logica perversa contro la quale la Ragione sembra impotente.

 

Eppure bisogna rifiutare fatalismo e nichilismo.

 

http://www.mnews.it/wp-content/uploads/cache/75183_NpAdvHover.jpgL’agile volumetto del 2007 Imparare democrazia di Gustavo Zagrebelsky (San Germano Chisone, 1943), giurista e collaboratore di diversi quotidiani italiani, permette di approfondire ulteriormente il tema.

 

Sotto la guida del grande statista Pericle, nel 431 a.C. Atene si imbarcò in un lungo conflitto con la città di Sparta, la cosiddetta “guerra del Peloponneso”: lo scontro coinvolse i rispettivi alleati e ad un certo punto anche l’impero mediorientale dei Persiani. Pericle morì di peste due anni dopo l’inizio della guerra e Atene piombò nel caos, restando vittima delle ambizioni di spregiudicati demagoghi che cercavano di sfruttare il peso politico della massa a proprio vantaggio.

Il conflitto si concluse nel 404 con la completa sconfitta di Atene: da questo durissimo colpo la città non si sarebbe ripresa mai più. Nel 403 venne restaurato, ad opera di Trasibulo, un governo che si definiva democratico; ma ormai era l’ombra di se stesso.

Fu questo governo, per esempio, che si macchiò di uno dei delitti più atroci della storia antica e di tutti i tempi: la condanna a morte del filosofo Socrate (nel 399 a.C.), accusato di corrompere i giovani instillando il dubbio.

Dunque, la più grande democrazia del mondo antico periva vittima di se stessa, incapace di continuare a nutrire il dibattito collettivo intorno alle idee e alla politica che aveva caratterizzato la sua breve età d'oro. Prima in balìa di arrivisti senza scrupoli, poi timorosa e sospettosa perché intrinsecamente, tragicamente debole.

 

È questo il destino che attende anche le nostre democrazie contemporanee? Anche in questo senso qualcuno, magari tra altri 2500 anni, potrà paragonare le due civiltà?

Effettivamente sembra che vi siano dei parallelismi. Nelle nostre democrazie occidentali (si prendono gli USA ad esempio, ma si potrebbe parlare anche della nostra Italia) il voto del popolo è sempre più orientato da abili affabulatori capaci di conquistare consenso attraverso lo spregiudicato sfruttamento dei mezzi di comunicazione (oggi più numerosi e sofisticati che nei tempi antichi). Anche nei nostri Paesi sembra, cioè, che sia venuta meno quella tensione ideale che anima le democrazie al loro nascere e che a quella tensione si siano sostituiti noia, disimpegno ed egoistica cura del particulare; e in una situazione di de-politicizzazione è facile acquistare voti da parte di chi sappia solleticare le paure o le ambizioni degli individui.

Un’altra analogia riguarda il confronto delle idee. Le nostre democrazie sono fragili: diversamente non si spiegherebbe la diffidenza crescente, e che sempre più spesso sfocia in intolleranza aperta e anche violenta, nei confronti del “diverso”. Si teme il “diverso” quanto più si possiede una identità debole.

http://youridentityproject.files.wordpress.com/2010/05/142420.jpegPiace citare, a questo proposito, un film inglese del 1999 diretto da Damien O’Donnell, East is east: la pellicola racconta, nei toni della commedia ma non senza momenti di tensione drammatica, la storia di una coppia anglo-pakistana e dei loro numerosi figli nell’Inghilterra degli anni ’70 e mostra una realtà di convivenza e di integrazione piuttosto civili e pacifiche tra comunità molto diverse per usi, costumi e tradizioni. La riflessione è sorta in me spontanea. Da un ambiente simile a quello descritto dal film provengono oggi coloro che potrebbero essere i figli dei figli di quella coppia: e sono quelli che organizzano attentati terroristici alle metropolitane e agli autobus di Londra.

Nell’adesione al terrorismo da parte di immigrati islamici di seconda o terza generazione vi è certamente anche una sorta di reazione alla crescente incomprensione e intolleranza da parte di un Occidente che ha paura di soccombere. In questo modo siamo entrati in un circolo vizioso da cui diventa sempre più difficile venire fuori e da cui sembra perfino che non si voglia uscire, se si pensa ad esempio alla possibile guerra contro l’Iran più volte e da più parti minacciata.

 

Nel 2008 Barack Obama è stato eletto presidente degli Stati Uniti e ci è piaciuto, allora, pensare che un nuovo corso positivo potesse avere inizio. Ma è ancora prematuro fare bilanci.

 

Tornando al tema principale della riflessione.

Zagrebelsky spiega che effettivamente c’è stato negli ultimi decenni un pericoloso calo della tensione ideale nei confronti della democrazia e che in questa situazione di disinteresse e disimpegno i demagoghi hanno preso il sopravvento. Pertanto, al di là delle apparenze, le nostre democrazie sono diventate piuttosto delle plutocrazie, poiché i più ricchi posseggono i mezzi per orientare il consenso e dunque quel che resta della politica.

Tuttavia secondo il giurista la reazione è possibile, partendo anche e soprattutto dalla scuola. La democrazia può essere insegnata, purché l’insegnamento si traduca immediatamente in azione concreta: nel nome della partecipazione attiva e consapevole, del dibattito delle idee, dell’uguaglianza, del rispetto e della solidarietà e prima di tutto della cultura come possesso collettivo, senza la quale non può darsi nessuna delle altre condizioni.

Una visione che bisogna sforzarsi di non considerare utopistica.

Con tag attualità

Commenta il post