Le donne martoriate dell’Afghanistan: "Mille splendidi soli" di Khaled Hosseini

Pubblicato il da vocelibera2011

http://3.bp.blogspot.com/_2h3TgzpAQjg/TS3zRWsfg7I/AAAAAAAAASE/ozle-mYLmlc/s1600/sole.jpgDopo lo straordinario successo del Cacciatore di aquiloni, best-seller del 2004 da cui è stato tratto anche un film, il medico afghano rifugiato negli USA Khaled Hosseini (Kabul, 1965) ha pubblicato nel 2007 un altro romanzo molto toccante che il pubblico internazionale ha molto apprezzato, Mille splendidi soli (A thousand splendid suns).

 Il titolo trae spunto da una poesia di Saib-e-Tabrizi, poeta persiano del ’600. Lo stesso autore spiega in una nota conclusiva che il testo originale era un po’ diverso, ma che lui ha preferito attenersi alla suggestiva traduzione inglese ormai comunemente diffusa.
La poesia è citata nel corso del romanzo dal padre di una delle protagoniste, Laila, e poi anche da lei stessa: i versi sono riferiti alla città di Kabul: «Non si possono contare le lune che brillano sui suoi tetti, né i mille splendidi soli che si nascondono dietro i suoi muri».

Laila ha solo quattordici anni quando rimane sola al mondo perché un razzo distrugge la sua casa di Kabul uccidendo i suoi genitori. I fratelli maggiori, di cui lei conserva solo un vago ricordo, sono morti da tempo combattendo contro i Sovietici. Tariq, il ragazzo tanto amato, è partito per il Pakistan e le ha lasciato in eredità un figlio appena concepito. Per evitare al bambino che nascerà la povertà e l’emarginazione, Laila accetta allora di sposare un uomo molto più anziano di lei, Rashid, che ha già una moglie di nome Mariam che non è mai riuscita a renderlo padre. Per Laila non è facile vivere accanto ad un uomo reazionario e violento, che la costringe ad indossare il burqa, la umilia e la picchia. È ancora più difficile per lei che per Mariam, perché Laila è cresciuta in una famiglia di persone colte e moderne.
Mariam invece è una harami, una figlia illegittima originaria di Herat: a causa delle sue origini ha vissuto l’infanzia e la prima adolescenza nella solitudine e nell’emarginazione e poi, per evitare scandali, ha dovuto accettare di sposare Rashid e di trasferirsi a Kabul, centinaia di chilometri lontano dalla sua città natale.
Inizialmente i rapporti tra Mariam e Laila sono molto tesi, ma in seguito nasce tra loro un sentimento di solidarietà e di affetto che le aiuta a sostenere meglio, per quanto possibile, la vita con Rashid. Mariam vede in Laila una figlia, la figlia che non ha mai avuto, e anche la possibilità di un riscatto, per aver tradito, tanti anni prima, sua madre Nana. E Laila trova in Mariam un affetto materno che non ha mai conosciuto, perché sua madre, traumatizzata dalla partenza e poi dalla morte dei figli maschi, l’ha sempre trascurata.
Infine le due donne si ribellano a Rashid fino alle estreme conseguenze: questo consente a Laila di cominciare una nuova vita; per Mariam, invece, ciò non sarà possibile, ma la sua eredità vivrà in qualche modo attraverso l’opera di Laila e di Tariq.

 Il romanzo è certamente emozionante. L’autore, forse ancora più che nel suo primo romanzo, riesce a toccare le corde più profonde, ad avvincere e a commuovere. Anche qui però la seconda parte del racconto si rivela meno felice della prima: il ritmo narrativo accelera eccessivamente attraverso ripetute ellissi e quello che può definirsi, nonostante tutto, un lieto fine soddisfa certamente il pubblico meno smaliziato, ma stona rispetto al resto della storia e alla realtà dell’Afghanistan attuale.

Restano tuttavia impressi nel ricordo alcuni passaggi. Ad esempio quello in cui Mariam, costretta dal marito ad indossare il burqa, finisce col sentirsi più sicura dietro quella prigione di stoffa: protetta dalla vergogna della sua condizione di figlia bastarda, di indesiderata, che le è sempre stata fatta pesare. O ancora quelli in cui si descrivono le due protagoniste, un tempo ragazzine gradevoli o addirittura belle, che in breve tempo sfioriscono vittime della violenza fisica che porta via i denti e lascia cicatrici e di quella psicologica che le umilia e le spegne.

 Le vite di Mariam (nata nel 1959) e di Laila (nata nel 1978) si collocano sullo sfondo dei convulsi e tragici avvenimenti della storia afghana degli ultimi cinquanta anni: dal regno di Zahir Shah, al governo del presidente Daoud, all’invasione sovietica, alla ribellione dei mujahiddin, all’affermazione del regime dei talebani, alla sconfitta dei talebani da parte delle truppe americane. Il romanzo cita le tante etnie e le tante lingue che compongono l’Afghanistan e descrive i conflitti infiniti tra i gruppi etnici, le devastazioni, la povertà, le violenze, tutte le tragedie di un Paese martoriato.

Soprattutto, attraverso le storie di Mariam e Laila, il libro racconta il destino particolarmente duro delle donne afghane, il loro difficilissimo percorso di emancipazione, promosso in particolare dai Sovietici e ripreso solo in tempi recentissimi dopo il crollo del regime talebano. Attraverso le parole sprezzanti di Rashid o quelle dolenti del padre di Laila apprendiamo anche che nelle zone rurali, nelle regioni più lontane dai centri cittadini, le discriminazioni e le violenze nei confronti delle donne non sono mai cessate, fino ad oggi. Anche nelle città, tuttavia, non c’è tuttora paragone tra la condizione delle donne afghane e quella delle donne occidentali.

Non si può che provare indignazione, rabbia, disgusto pensando ai matrimoni combinati, alle violenze domestiche, fisiche e psicologiche, ai soprusi del potere che hanno colpito e, nonostante tutto, continuano ancora a colpire in particolare le donne.
E oggi che le truppe americane si stanno ritirando dall’Afghanistan è lecito domandarsi quale sarà la sorte della ricca e gloriosa tradizione culturale persiana-afghana; quale sarà la sorte di un Paese ancora diviso e attraversato dalla guerra; quale sarà la sorte delle donne troppo a lungo escluse e umiliate.

 


(Il padre si rivolge alla figlia, n.d.r.) «Laila, tesoro, il solo nemico che l’Afghanistan non può sconfiggere è se stesso»

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