Donna e libertà: "Agorà" di Alejandro Amenábar

Pubblicato il da vocelibera2011

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Per la cosiddetta "festa delle donne" ho tenuto da parte questa recensione dedicata ad un film con una straordinaria protagonista femminile. Una donna colta e libera che ha pagato con la vita la sua passione per gli studi e la sua indipendenza, in una realtà maschilista e arretrata che purtroppo, a tutt'oggi, non è ancora del tutto scomparsa dai nostri orizzonti.

Questo pezzo è innanzitutto un omaggio a tutte le donne coraggiose, di ieri e di oggi, e di ogni parte del mondo, che sono pronte anche a sacrificare qualcosa di sé pur di non perdere i valori che contano di più fra tutti: dignità e rispetto di se stesse.

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Nel 2009 il regista Alejandro Amenábar (Santiago del Cile, 1972) ha dedicato un film alla figura della filosofa Ipazia, vissuta tra IV e V sec. d.C. ad Alessandria d'Egitto. Il film, uscito in Italia l'anno seguente dopo essere stato lungamente osteggiato dalla Chiesa Romana, porta il titolo Agorà (Ágora), dalla parola greca che indicava la piazza cittadina, centro di scambi commerciali e culturali e anche, nei periodi più bui, luogo di scontri e violenze.

 

Ipazia è la figlia di Teone, filosofo pagano di Alessandria nel tempo in cui il Cristianesimo è ormai stato riconosciuto unica religione ufficiale dell'Impero Romano. Donna intelligente, insegnante brillante, orgogliosa e libera, Ipazia dedica tutta la vita alla filosofia e all'astronomia. Quando però la situazione precipita e gli scontri tra cristiani e pagani e tra cristiani ed ebrei si acuiscono, Ipazia resta vittima di esaltati monaci parabalani istigati dal vescovo Cirillo. Nulla possono fare per aiutarla il prefetto Oreste, da sempre innamorato di lei, né il vescovo Sinesio, entrambi suoi allievi in tempi di gioventù; nulla può neppure Davo, lo schiavo diventato parabalano che può solo concederle una morte meno dolorosa e più dignitosa.http://t3.gstatic.com/images?q=tbn:ANd9GcSQpGLa9veuuWSCDhdVP5ef45P2CN50W9Y7xaBdFT7ZW4iCFJoVTA

 

Il regista si è concesso diverse libertà (come già altri prima di lui) nel ricostruire la storia della vita e degli studi di Ipazia, facendone addirittura la precorritrice delle scoperte di Copernico, Galileo e Keplero. In realtà non è probabile che opere rivoluzionarie di Ipazia siano state fatte scomparire dopo il suo brutale assassinio (che non fu compiuto come il film racconta, bensì in maniera molto più atroce) e noi comunque sappiamo ben poco, concretamente, delle sue scoperte. Resta però la verità di fondo: la donna restò vittima dell’intolleranza dei cristiani fomentata da un vescovo esaltato, il famigerato Cirillo (peraltro in seguito santificato: la storica Silvia Ronchey ha osservato giustamente che la Chiesa di Roma, che negli ultimi vent’anni ha chiesto perdono per molti episodi oscuri – basta ricordare Galilei e Bruno -, per Ipazia non ha speso neppure una parola).


Il film propone un’immagine di Ipazia appassionata e battagliera e al tempo stesso molto femminile e seducente nonostante (o forse proprio per) la sua scelta di castità: questo ritratto non corrisponderà pienamente alla verità storica (che per molti aspetti resta fumosa), ma è comunque aderente ad alcuni dei racconti degli antichi e conferisce un fascino ineguagliabile alla figura della filosofa.

Inoltre la pellicola ripropone in maniera molto efficace il clima di crescente intolleranza e violenza da parte dei cristiani contro i pagani (e gli ebrei), mostrando come i perseguitati dei secoli precedenti fossero diventati persecutori e assassini non meno fanatici e crudeli.


Proprio questo è l'importante e ancora attualissimo spunto di riflessione che il film ci offre. La storia dell'uomo è costellata di scontri religiosi sanguinosi e atroci: naturalmente la diversità di credo religioso è solo un pretesto, dietro il quale (come nel caso delle ambizioni politiche di Cirillo) si celano interessi e conflitti di altro genere; tuttavia la religione è stata e continua ad essere a tutt'oggi un ottimo pretesto, che permette di trascinare a qualunque impresa masse sterminate di persone accecate da una fede intransigente e ottusa.

Contro questa follia, che nega ogni umanità e fa precipitare l'uomo in un abisso di efferatezza, mi piace citare la frase che pronuncia Ipazia nel film, quando il vescovo Sinesio cerca di convincerla a farsi battezzare per avere salva la vita (non ricordo le parole precise, ma il senso è rispettato): "Voi non mettete in discussione ciò in cui credete. Io questo non posso farlo".

Nessuna Chiesa dell'umanità è immune da orrori: riconoscerlo in maniera onesta e spassionata è l'unico passo corretto, in questo campo, verso il progresso.


Se tutti noi fossimo capaci di seguire l’esempio di Ipazia (anche della Ipazia storica, quale la descrive la Ronchey), condividendo la sua lucidità, la sua capacità di mettere in discussione le certezze acquisite e di ritenere ammissibili posizioni diverse dalla propria, sarebbe impossibile trasformarci nelle marionette delle guerre di religione (e di qualunque guerra). Per ottenere questo obiettivo è necessario diffondere il pensiero, la cultura, il senso critico, insegnare il rispetto e la solidarietà. E il film di Amenábar, anche se filologicamente non del tutto attendibile, può dare un importante contributo in questa direzione di civiltà.

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