Pregiudizi fanatici sull’amore: "Sonata a Kreutzer" di Lev N. Tolstoj

Pubblicato il da vocelibera2011

http://www.newnotizie.it/wp-content/uploads/2010/11/tolstoj.bmpDecisa a colmare le mie lacune nella conoscenza della letteratura russa, ho affrontato prima Dostoevskij, che però si è rivelato uno scrittore lontano dalle mie corde, esasperato e morboso. Quindi sono passata a Lev Tolstoj (Jàsnaja Poljana, 1828Astàpovo, 1910) e al suo racconto Sonata a Kreutzer (Крейцерова соната), pubblicato nel 1891, e mi sono scontrata con una storia che non mi ha coinvolta per nulla e di cui non condivido la “morale”. Non ho fortuna con gli scrittori russi dell’Ottocento. O loro non ne hanno con me.

 

Un uomo (narratore interno della vicenda) conosce in treno un certo Pozdnyšev che sulle prime è rimasto in disparte mentre gli altri passeggeri chiacchieravano tra loro, ma infine ha sentito il bisogno di parlare con qualcuno e di raccontargli la propria storia.

La gran parte del libro è dunque occupata dal racconto di Pozdnyšev, dalla sua giovinezza al matrimonio all’assassinio della moglie compiuto da lui stesso sull’onda di una gelosia folle e immotivata.

 

Il racconto suscitò scalpore e polemiche, tanto che Tolstoj ritenne di intervenire personalmente per chiarire ogni dubbio intorno all’interpretazione: nacque così la Postilla che si legge in appendice.

Secondo l’autore, di cui Pozdnyšev è di fatto il portavoce, l’amore romantico non esiste, ma è solo la bella maschera dietro la quale si cela quell’istinto bassissimo e distruttivo che è il desiderio sessuale: la brama di piacere, disgiunta dal fine riproduttivo, spinge l’uomo ad uno smodato desiderio di possesso e a continui tradimenti, rendendolo la creatura più abietta del creato.

L’uomo dovrebbe invece praticare l’astinenza sessuale e dedicarsi all’unico vero amore, che è l’amore disinteressato per il prossimo e che avvicina a Dio. Tuttavia, poiché questo ideale ascetico è molto difficile da realizzare, basterebbe anche solo che l’uomo accettasse la monogamia a fini procreativi, svolgendo in questo modo un servizio inferiore, ma pur sempre un servizio a Dio.

Questa fu appunto la scelta di Tolstoj, che nella seconda parte della sua vita andò predicando e praticando l’amore universale.

Sua moglie e i suoi figli, però, si lamentavano del fatto che lui fosse in realtà completamente incapace di amare, tutto preso com’era da quell’astratto ideale.http://www.naufragio.it/il-tempo-di-leggere/libri/sak.jpg

 

Non è facile affrontare questo tema, che coinvolge la nostra più profonda intimità mentre incrocia complesse questioni filosofiche, scientifiche e religiose.

Tolstoj afferma che il sentimento dell’amore è solo una costruzione nata dal bisogno di ammantare di bellezza e di virtù qualcosa che in realtà è sporco, meschino, egoista, violento e di cui ci vergogniamo. L’ideale che Cristo ha indicato agli uomini sarebbe completamente diverso e prevederebbe la castità o, in ultima istanza, il matrimonio monogamico e la cura dei figli (la quale cura, non semplice, è per Tolstoj un modo di espiare la colpa dell’amore carnale).

Questa visione appare francamente inaccettabile, e tale risultò a tanti già al tempo della prima divulgazione del racconto.

 

Da millenni purtroppo una cattiva cultura circonda il corpo e la sensualità di senso del peccato e questi preconcetti a volte agiscono ancora oggi, tormentando gli animi più sensibili che non sanno come conciliare i loro (naturalissimi!) desideri con il (presunto) ideale al quale si chiede loro di uniformarsi.

Di questo pregiudizio sul corpo e sul sesso era vittima, evidentemente, Tolstoj. In una forma fanatica e disumanizzante che investiva peraltro anche le espressioni più vitali e gioiose dell’arte, ritenute pericolosamente sensuali: come la bellissima Sonata a Kreutzer di Beethoven (1803) che ha ispirato il racconto.

 

 

«“La cosa più esecrabile”, riprese a dire, “è il fatto che si dà per scontato che l’amore sia qualcosa di ideale e di elevato, mentre in realtà esso è qualcosa di abietto, di maialesco, qualcosa di cui c’è da vergognarsi perfino a parlarne. […]”»

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