Professori e studenti alla deriva: "Ex cattedra" di Domenico Starnone

Pubblicato il da vocelibera2011

http://www.bidiboard.it/articles/photos/thumbnails/ex_cattedra_-_copertina_250x0.jpgEx cattedra è una raccolta di articoli, ampliata ed arricchita in modo da diventare un breve romanzo-saggio, dell’ex professore, giornalista e scrittore Domenico Starnone (Saviano, 1943). La prima edizione in volume risale al 1989.

 

L’autore pubblicava sul quotidiano il manifesto una rubrica ispirata alle sue esperienze di docente di una scuola superiore. I pezzi riuniti in Ex cattedra si riferiscono all’anno scolastico 1985-1986.

Starnone descrive docenti ideologizzati e demotivati, velleitari e disimpegnati; e poi studenti superficiali e svogliati, secchioni e ingenuamente impegnati in politica, sbandati e maleducati; infine presidi manager ignoranti e arroganti e riunioni pomeridiane interminabili e inutili, alle prese con una burocrazia vacua e ottusa.

Ne viene fuori un quadro che, pur facendo spesso sorridere, è molto sconfortante.

 

Nei racconti di Starnone si ritrovano effettivamente quegli anni.

La ragazza che temeva continuamente di essere incinta, il ragazzo politicamente impegnato, la secchiona che inseguiva voti sempre più alti ripetendo le parole degli insegnanti...

E poi i professori di sinistra, eredi del ’68, attivisti di una politica che per i ragazzi restava il più delle volte lontana e incomprensibile perché spesso veniva imposta ai giovani, da quegli stessi insegnanti, senza spiegazioni. Sono questi i docenti che hanno rovinato tanti studenti, perché li hanno privati di una buona preparazione di tipo tradizionale e non hanno saputo sostituirla con nulla. Ben pochi tra quei professori hanno saputo spiegare e mostrare ai loro allievi che studiare significa acquistare conoscenza e consapevolezza, capacità di riflessione e senso critico, desiderio di mettersi in gioco in prove sempre più impegnative.

Cominciarono allora le patetiche autogestioni, in cui alcuni studenti cercavano di aiutare i compagni più giovani alle prese con il Greco, il Latino o la Matematica, sforzandosi di sentirsi utili (ma di certo non lo erano), mentre in altre aule si fumava, si giocava a carte, si amoreggiava... Si prendeva la parola in assemblea (i quattro gatti descritti da Starnone, anche se nel ’90 si chiamavano “pantere”) senza sapere esattamente cosa dire, cercando di dare un senso a ciò che, ad una semplicissima analisi, era solo una perdita di tempo: eccitante per alcuni, frustrante per altri.

Erano gli anni del conflitto tra gli USA e la Libia, degli scontri di piazza Tienanmen, delle manifestazioni contro il razzismo e l’apartheid, di cui gli studenti sapevano poco ma si riempivano la bocca.

 

Il titolo Ex cattedra allude con arguzia al fallimento di un personaggio un tempo autorevole, il docente costretto a scendere ex cathedra, visto che la cattedra non esiste più.

Il volumetto si legge tutto d’un fiato, e vi si ritrova non solo il passato ma anche il presente (per certi versi non è cambiato molto in questi venti e più anni); si ride pure, ma più spesso si prova amarezza. E fastidio.

Ex cattedra è il diario di una rinuncia. Di una rinuncia colpevole e perfino vergognosa. Il personaggio di Starnone, e più ancora quello del collega Vivaldi, nonostante l’impegno politico e sindacale, dimostrano la perdita della fiducia in se stessi e nella propria concreta possibilità di cambiare il mondo. O almeno di provarci.

I docenti di Starnone sono uomini e donne in realtà stanchi, che si perdono dietro parole vuote (o dietro le gonne di una studentessa, nel caso di Vivaldi), che cercano pateticamente di negare a se stessi il proprio declino.

Insegnanti del genere inevitabilmente non possono essere buoni educatori. È cominciato così il declino recente della scuola italiana.

 

Sono figlia anche io di quella scuola confusa, velleitaria ma in realtà rinunciataria, di fatto inutile, dove si facevano poca cultura e una politica stanca e confusionaria, e dove i ragazzi erano lasciati comunque soli con le loro incertezze ed i loro problemi, nonostante si vantassero aperture nuove verso i giovani e le loro problematiche.

Sono figlia di quella scuola e a volte mi meraviglio di essere "sopravvissuta".

Oggi sono in cattedra e spesso mi sento del tutto inadeguata al mio ruolo: ho l’impressione di stare ancora recuperando il sapere che avrei dovuto acquisire ai tempi della scuola e dell’università e che nessuno mi ha trasmesso.

Tuttavia lavoro con entusiasmo, un entusiasmo che, anche quello, la scuola che ho frequentato certamente non mi ha insegnato, e anzi ha rischiato di distruggere. Insegno con la passione di chi sta ancora imparando e desidera mettere a parte i giovani di tutte le sue scoperte: un buon libro, un buon film... Sono severa ed esigente con i miei studenti come lo sono anzitutto con me stessa: anzi, un loro errore lo perdóno, un errore mio no. Al tempo stesso cerco di essere sempre concretamente presente quando i ragazzi sono a disagio, sia che la difficoltà sia di carattere scolastico sia che il problema sia piuttosto di carattere personale.

Amo stare in compagnia dei miei ragazzi, amo quando mi pongono una domanda a cui non so rispondere, amo studiare ed imparare insieme a loro, amo accompagnarli in questa età meravigliosa e terribile in cui io invece mi sono ritrovata sola.

 

Prima o poi dovrà essere scritto un libro, finalmente diverso, su come la scuola non sia solo un luogo spento e deprimente, come troppo spesso viene descritto.

Se dai passione, ricevi passione. Questo non vuol dire che i miei studenti siano tutti studiosi e brillanti. Tuttavia ho la presunzione di credere che abbiano più curiosità, più interessi e soprattutto un’immagine della scuola magari nera (quel 3 in Latino!), ma mai grigia.

 

 

«Ora vivacchiamo così, rivolti, noi insegnanti e studenti, a raggiungere a marce forzate il 21 dicembre, sabato, giorno in cui cominciano le vacanze di Natale»

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