Quelli che... i cartoni animati

Pubblicato il da vocelibera2011

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Quelli che oggi hanno la mia stessa età, anno più anno meno, appartengono alla generazione cresciuta con i cartoni animati giapponesi. 

In questo senso, non c'è generazione paragonabile alla nostra.

 

Mi capita a volte di parlare di manga e di anime con i miei studenti. Qualche anno fa, ad esempio, due di loro mi hanno preannunciato che si sarebbero assentati da scuola il giorno dopo per partecipare ad una grande mostra del fumetto a Roma. Sono partiti con la mia "benedizione” e dalla gita mi hanno portato un portachiavi di Devilman. Uno di loro mi ha fatto conoscere i fumetti di Go Nagai (il creatore di Goldrake, Mazinga e Jeeg) ispirati alla Divina Commedia dantesca.

Tuttavia chi si è appassionato alle serie animate giapponesi negli anni '70 e '80 è stato un pioniere e ha vissuto un'epoca, nel suo piccolo, unica e irripetibile.

Siamo quelli che hanno dovuto affrontare l’ira funesta di insegnanti e genitori, che ritenevano quei cartoni animati violenti e diseducativi, riferendosi in particolare alle serie dedicate alle guerre spaziali; siamo quelli che hanno atteso con ansia ed eccitazione che papà sostituisse la vecchia tv in bianco e nero per dare finalmente un colore ai personaggi tanto amati.


Io sono cresciuta a latte e cartoni animati. Negli stessi anni leggevo anche Topolino e il Corriere dei Piccoli, di cui conservo ancora migliaia di albi e fascicoli. Mio padre cercava di conquistarmi alle storie di Topolino degli anni '40 e ai personaggi storici del "Corrierino"; io preferivo decisamente Paperino, iracondo e sfigato, e tutta la banda di Paperopoli. Nulla però mi avvinceva e mi emozionava come i cartoni giapponesi, che seguivo in religioso silenzio e possibilmente in assoluta solitudine per non perdere un fotogramma né una battuta. Mio padre non li ha mai amati, ma non ha mai gettato strali contro quelle serie: una delle poche eccezioni. 

Collezionavo le figurine, i pochi albi ispirati alle serie giapponesi che si pubblicavano allora, i 45 giri delle sigle tv; il mio corredino scolastico di quinta elementare fu interamente dedicato alla passione di quel momento, Capitan Futuro (che non potevo seguire tutti i pomeriggi a causa dei doppi turni a scuola); ogni sera mi addormentavo immaginando nuove avventure. Le uniche due "opere" compiute della mia carriera di scrittrice fallita sono state un breve romanzo scritto a 8 anni e ispirato alla serie Jetta Robot (vi comparivo anche io come protagonista e salvavo l’umanità  ) e un copione teatrale composto a 11 anni e ispirato alla serie Starzinger.

Seguivo le storie commoventi di bambini abbandonati (molte in realtà tratte da romanzi europei): Heidi, Remì, Anna dai capelli rossi, Charlotte (Candy, invece, non la sopportavo). La mia vera passione di maschiaccio, però, erano le serie dedicate alle battaglie spaziali come Goldrake, Mazinga, Star Blazers... Mi innamoravo puntualmente del bel protagonista e naturalmente invidiavo le ragazze dalle minigonne vertiginose che ronzavano intorno ai miei amori. Il trionfo del bene sul male era soddisfacente e consolante. Ho riso e pianto insieme ai miei eroi che erano, in qualche modo, parte della mia vita.

Col tempo, le nuove serie mi hanno appassionata sempre meno. Le ultime che ho amato, e avevo già diciotto/vent'anni, sono state "Prendi il mondo e vai" e la saga dei Cavalieri dello Zodiaco. Successivamente ho cercato di apprezzare le nuove produzioni, senza successo. Sono, secondo me, storie meno originali e avvincenti; ma forse è anche vero che lo spirito dell'infanzia, lo sguardo incantato del bambino, nonostante tutto, non si possono conservare per sempre. Ad un certo momento lasciano il posto alla nostalgia.


Negli ultimi anni, su youtube, ho rivisto spezzoni e interi episodi delle mie serie predilette e ho coinvolto anche mio figlio. È così emozionante sentirgli pronunciare il nome di Rio Kabuto o di Hiroshi Shiba; vederlo partecipare intensamente alle storie che segue; sentirlo cantare la storica, mitica, sigla di Jeeg Robot! Tuttavia i tempi sono diversi. I suoi compagni di scuola ignorano del tutto quei personaggi ormai “antichi”, tutt'al più seguono Dragon Ball. E incombono Gormiti, Bakugan e altre mostruosità.

Non sono diversa da mio padre, evidentemente. Come lui cercava di farmi appassionare ai fumetti della sua infanzia, così sto facendo io con mio figlio. Non me ne sono resa conto subito. Forse agisce in noi un po’ di paura del tempo che passa; forse anche il desiderio di rendere i nostri figli, in qualche modo, simili a noi. È anche, più semplicemente, un'occasione per condividere emozioni. Di certo, in questa maniera, i figli imparano a conoscerci meglio.

Il mio bambino ama ascoltare i racconti che riguardano la mia infanzia e ricevere “in eredità” i miei libri, i miei giocattoli, i miei “cartoni” lo entusiasma. Io, dal canto mio, cerco di star dietro alla nuove serie dei Power Rangers e alle centinaia di Gormiti di nuova generazione, nonostante mi sembrino spesso insulsi. Sono il suo presente e domani saranno il suo passato da condividere, magari, con i suoi figli.

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Naly 12/19/2011 18:06

Fai bene a cercar di star dietro a tuo figlio, ma è bellissimo che tu riesca a trasmettergli il tuo passato!