Resistere, resistere, resistere!

Pubblicato il da vocelibera2011

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Il governo in carica (frutto peraltro di un quasi colpo di stato, non finirò mai di ripeterlo!) sta davvero esagerando. In piena crisi economica si continua a spremere le fasce più deboli. Quousque tandem abutemini patientia nostra?

 

Quello che segue è un mio intervento sulla riforma dell'insegnamento contenuta nel ddl Stabilità: lo sto divulgando anche per altra via e spero nella più ampia visibilità.

Nel frattempo invito a firmare la petizione formulata da un collega al seguente link.

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All’interno del ddl Stabilità del governo è inserito, tra gli altri, il provvedimento che porta le ore cattedra settimanali degli insegnanti da 18 a 24. Le sei ore settimanali aggiuntive servirebbero a coprire spezzoni di cattedre nella scuola di titolarità, attività di recupero e di potenziamento, sostituzioni di colleghi assenti per malattia o altro motivo…; tutto questo conservando lo stesso stipendio attuale.

Se la situazione non fosse drammatica, si potrebbe anche ridere.

L’utilità immediata della riforma sarebbe naturalmente di carattere economico. Aumentare di un terzo l’orario di lavoro a parità di compenso significa risparmiare due volte: sullo stipendio dei docenti di ruolo e su quello delle migliaia di precari che resterebbero privi di un contratto perché le loro ore sarebbero in buona parte svolte da docenti titolari di cattedra. (E intanto si bandisce un concorso a cattedre che più che mai non darà sbocchi e che appare dunque una colossale – e però anche dispendiosa: schizofrenie governative! – presa in giro).

Ma andiamo oltre.
Le ragioni economiche offuscano a tal punto la mente dei nostri governanti, che questi non si rendono conto del danno che l’istruzione subirebbe da una riforma di questo genere.
Sono un’insegnante di liceo e so per esperienza che, dall’esterno, la mia categoria appare costituita da nullafacenti privilegiati. La realtà però non è questa.
Potrei anche ipotizzare che la demotivazione di tanti docenti dipenda proprio dalle riforme scriteriate che negli ultimi decenni hanno tolto autorevolezza e significato alla scuola e ai suoi operatori e che distruggono le aspettative e le prospettive dei giovani (e a volte neppure più giovani) precari. Ma il discorso porterebbe troppo lontano.
Solo chi non ha mai svolto il mestiere di insegnante, o lo ha fatto senza criterio né coscienza, può pensare che il nostro orario di lavoro si riduca a quelle 18-20 ore in cattedra al mattino.
Indubbiamente ci sono professori assenteisti e disimpegnati che non svolgono neppure quelle, ma non credo che siano più numerosi, in proporzione, rispetto ad altre categorie di lavoratori.
Il buon insegnante, però, quando si siede dietro la cattedra, ha alle spalle tante ore di lavoro domestico: preparazione delle lezioni, scelta di test/questionari/compiti in classe, correzione di compiti, autoaggiornamento… Senza contare (si fa per dire!) i numerosi impegni pomeridiani (compresi nello stipendio) legati a riunioni degli organi collegiali, incontri scuola-famiglia, aggiornamenti sulla sicurezza…

Personalmente lavoro a casa almeno altre 18 ore settimanali, senza conoscere davvero né sabati né domeniche né giorni liberi. E mi sento dunque particolarmente coinvolta, beffata ed offesa, da una proposta di riforma come quella di cui discutiamo.
Io riesco a garantire ai miei allievi la correzione dei compiti in classe in massimo 7/10 giorni (spesso anche meno), appunti sempre nuovi, proposte bibliografiche e cinematografiche sempre aggiornate, lezioni accurate, prove differenziate per offrire a tutti le migliori opportunità di espressione e di realizzazione.

Sa inoltre il ministro quanto sia impegnativo, difficile, tenere una classe? Mentre gli impiegati possono chattare al pc o prolungare indefinitamente la pausa caffè e recuperare (se proprio è necessario) incrementando il lavoro in altre ore, noi non possiamo distrarci un solo momento, perché abbiamo la responsabilità di studenti per la maggior parte minorenni e sempre più irrequieti e refrattari alla disciplina. Oltre al fatto, naturalmente, che un programma di lavoro deve essere scandito opportunamente nel tempo per consentire alle conoscenze di sedimentare: non si può indifferentemente rallentare o accelerare lo svolgimento dei programmi.
Ci viene inoltre chiesto di cogliere i segnali di disagio psicologico o fisico o ambientale degli studenti, in modo da intervenire personalmente (quando le nostre competenze lo consentano) o da allertare le istituzioni competenti. Anche questo comporta un impegno di tempo e di energie, anch'esso sempre compreso nello stipendio.

Orbene, come pensa il ministro che io possa ancora garantire il livello del servizio che offro attualmente, dovendo lavorare sei ore in più alla settimana? Avrei a disposizione meno tempo, e ancor meno forze, da dedicare alle incombenze didattiche come a quelle di altro genere.
«Dirò quel che penso, o giudici» (come disse Cicerone): non lavorerei sei ore in più neppure a fronte di congruo aumento di stipendio: perché io ho a cuore, più d'ogni altra cosa, la qualità del mio lavoro.

La scuola italiana pubblica versa in condizioni disastrose, è sotto gli occhi di tutti. Quello però che solo pochi percepiscono è che la degenerazione prosegue inesorabile e che siamo prossimi ad un completo smantellamento.
Cui prodest? A chi giova?
Alle casse dello Stato, forse. (Ma io resto dell’opinione che ben altri provvedimenti andrebbero presi per risanare le finanze italiane).
Sono solita ripetere che la civiltà di un Paese si misura su tre parametri fondamentali: istruzione, sanità e sicurezza. Se un Paese non garantisce ai suoi cittadini questi servizi nella forma più efficiente e senza oneri per i cittadini stessi oltre le tasse versate… ebbene, quel Paese non può definirsi civile.
L’Italia è sull’orlo di un precipizio. La scuola e l’università costano sempre di più alle famiglie: proprio qualche giorno fa una mia classe si lamentava del cospicuo contributo volontario che va versato per poter usufruire di servizi come comodato d’uso dei libri o sportello d’ascolto (servizi particolarmente utili agli studenti più indigenti), progetti e stage extracurriculari in Italia e all’estero ed altri ancora; ma si potrebbero citare i mille casi di scuole che ormai vengono rifornite di carta igienica e altro materiale essenziale dalle famiglie degli allievi. Anche le cure mediche ospedaliere costano sempre di più a fronte di un servizio mediamente sempre meno affidabile. La stessa sicurezza è sempre meno garantita, tanto che si moltiplicano le iniziative private (più o meno lecite e condivisibili). Lo Stato continua a risparmiare sempre e solo sulla pelle dei cittadini, e in particolare di quelli che, per ragioni economiche, non possono usufruire di altri canali. Intanto certi privilegi (ben poco limpidi) restano intatti e intoccabili.

Va detto a voce ben alta e chiara: bisogna restituire alla scuola una vera centralità, una centralità concreta: perché la scuola forma il futuro lavoratore, ma, ancora di più, il futuro cittadino. La cattiva scuola che le riforme stanno costruendo sta perdendo la capacità di incidere, come invece dovrebbe, nell’educazione delle coscienze. In questo modo i giovani non avranno altri modelli a cui riferirsi se non i falsi miti propinati da una società che, in un circolo vizioso, va degenerando.

Infine ho ceduto all’enfasi, e non avrei voluto. Ma è accaduto perché amo il mio lavoro e il mio Paese e ho paura. Non per me, ma per l'Italia che verrà.
Mi sforzo di credere che il quadro orwelliano di 1984 resti solo letteratura. Ma è sempre più difficile.

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