Storia di impostori e di rivoluzionari: "Il consiglio d’Egitto" di Leonardo Sciascia

Pubblicato il da vocelibera2011

http://www.incipitmania.com/wp-content/il-consiglio-degitto-leonardo-sciasciaincipitmania.jpgHo letto per la prima volta Il Consiglio d’Egitto di Leonardo Sciascia (Racalmuto, 1921 – Palermo, 1989) otto anni fa. Allora non avevo ancora incrociato sulla mia strada quel piccolo capolavoro che è Il giorno della civetta e non avevo letto altro dell’autore, se non un breve racconto. Non compresi allora, e non apprezzai, il valore di questo breve, ironico e tragico, romanzo storico pubblicato nel 1963.

 

Nella Sicilia del 1782 don Giuseppe Vella, ecclesiastico ambizioso e spregiudicato di origini maltesi, ordisce una truffa a suo modo geniale. Finge di aver ritrovato dei preziosi manoscritti in lingua araba che conservano memoria delle vicende siciliane del medioevo e, in virtù delle sue conoscenze di arabo, si dedica a confezionarne delle (false) traduzioni. Grazie a questo inganno guadagna un incarico universitario, la carica di abate e anche doni generosi da parte di tanti nobili che gli chiedono di glissare su eventuali passaggi del testo che verrebbero a disonore o a danno dei loro casati. L’impostura viene portata avanti per anni e viene infine ad intrecciarsi con le vicende di una congiura politica organizzata da alcuni uomini dotti e illuminati.

 

Come nella gran parte delle sue opere, lo scrittore ha scelto di ambientare la storia nella sua terra siciliana: trasformando in romanzo una vicenda realmente accaduta, egli non ha soltanto tracciato un vivido affresco storico; ci ha lasciato anche una riflessione sulla Sicilia, tormentata in passato come nel presente dagli stessi atavici vizi.

Sciascia fa dell’abate Vella il personaggio dominante della gran parte del libro, con la sua intelligenza a lungo dissimulata sotto una facciata di stolida umiltà, con il suo carattere ironico e indifferente, con il suo inganno pazientemente e sapientemente condotto. Il religioso è delineato anche come un personaggio dinamico: gli eventi della congiura lo spingono infatti a riflettere su questioni politiche e sociali delle quali non si era mai interessato (che, per meglio dire, si era rifiutato di considerare) e queste, ripensate anche alla luce delle sue origini, lo fanno approdare a consapevolezze nuove.

L’altro protagonista della storia è l’avvocato Francesco Paolo Di Blasi, che l’autore rende una figura davvero affascinante, sotto molti aspetti una sorta di progenitore del capitano Bellodi del Giorno della civetta: giovane, entusiasta sostenitore dei principi di uguaglianza e libertà, amante delle lettere e delle arti, moralmente integerrimo.

Le strade dei due uomini si incrociano prima nei salotti mondani e poi in carcere, e tra di loro si crea una corrente di rispetto e di simpatia reciproca che è quasi amicizia.

 

Sullo sfondo, ma in realtà coprotagonisti anch’essi a tutti gli effetti, i luoghi e i tempi, emblematici, in cui la vicenda si svolge.

Innanzitutto la Sicilia, la terra dello scrittore, amata con ardore di fronte alle sue poche grandezze e con strazio di fronte alle sue tante miserie. La Sicilia capace di produrre i più violenti e sprezzanti reazionari ma anche i più appassionati rivoluzionari; immobilismo miope, sfiducia nella legge, corruzione e disprezzo dell’autorità ma anche amore per la legge e la giustizia e fede nel progresso. Ieri come oggi.

E poi c’è quella fine di Settecento, destinata con le sue rivoluzioni a cambiare per sempre il volto dell’Occidente. L’eco degli avvenimenti francesi, in particolare, non poteva non raggiungere anche Palermo e ispirare gli animi più consapevoli e più moderni, quelli per i quali anche la cultura letteraria non era solo un ornamento elegante, uno sfoggio di erudizione, un frizzo sagace ma fine a se stesso, bensì soprattutto uno stimolo alla riflessione e all’amore per la verità e la giustizia, e, nei momenti più duri, anche una dolce consolazione.

La conclusione della vicenda del Di Blasi, come raccontano anche i libri di Storia, è tragica; ma Sciascia non si ferma a questo. Un breve inciso del XVIII capitolo getta un ponte verso il futuro e spiega ciò che il lettore ha in fondo già compreso: che quella del romanzo non è solo una storia settecentesca e neppure solo una storia siciliana. È la storia dell’umanità: una storia triste a cui l’autore guarda con occhi già disincantati e pessimistici, come sarà anche nelle opere successive.http://www.sciclinews.com/immagini_articoli/1299928296_leonardo_sciascia-large.jpg

 

Il Consiglio d’Egitto non è un romanzo semplice. Lo stile di scrittura è piuttosto elevato, forse anche in omaggio ai tempi remoti in cui la storia è ambientata, quando la letteratura era caratterizzata da un linguaggio più aulico: periodi elaborati, lessico ricercato, citazioni dotte e un gusto tutto manzoniano di imitare perfino, in un passaggio, la prosa settecentesca. Tutto però, come sempre in Sciascia, all’insegna della chiarezza, di una limpidezza che appartiene anzitutto al pensiero e che alla storia del pensiero umano regala pagine bellissime.

Non è un romanzo per tutti, a differenza di altre opere dello scrittore siciliano. Ma per chi sa affrontarlo è un gioiello in più da aggiungere alla collezione delle letture sciasciane.

 

 

«Ma ci sono tante belle idee che corrono per il mondo; solo che il verso delle cose è un altro, violento e disperato»

 

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