Storia di ordinaria omertà: "A ciascuno il suo" di Leonardo Sciascia

Pubblicato il da vocelibera2011

http://www.incipitmania.com/wp-content/a-ciascuno-il-suo-leonardo-sciascia.jpgCinque anni dopo il suo primo romanzo "giallo", Il giorno della civetta, Leonardo Sciascia (Racalmuto, 1921 - Palermo, 1989) ne pubblicò un secondo, intitolato A ciascuno il suo. Era il 1966 e altri romanzi dello stesso genere l'autore avrebbe scritto negli anni a venire e fino alla fine della sua vita: secondo lo scrittore, il giallo permette di rappresentare in maniera particolarmente efficace il rapporto problematico e ambiguo con il Potere.


Un certo Manno, farmacista di un paesino siciliano, riceve una lettera minatoria anonima. Non molto tempo dopo viene assassinato mentre è a caccia in compagnia di un amico, il dottor Roscio, che cade ucciso insieme a lui. Gli abitanti del paese immaginano o addirittura sono certi di chi abbia compiuto il duplice omicidio e per quali motivi; tuttavia nessuno collabora con le forze dell'ordine. Mentre le indagini ufficiali seguono una falsa pista, il professor Paolo Laurana, che abita nello stesso paese ma per carattere e professione resta estraneo alle sue dinamiche, compie una propria personale investigazione. Con l'aiuto determinante di alcune circostanze fortuite, Laurana scopre la verità (o meglio, parte di essa); la paga però a carissimo prezzo.


Laurana, improvvisatosi investigatore, è un personaggio assai diverso dal capitano Bellodi, protagonista del Giorno della civetta.

È un uomo onesto, scrupoloso, dotato di forte senso morale, ma è anche partecipe di una "sicilianità" che lo rende diffidente nei confronti delle istituzioni e dei loro rappresentanti (questo tema è svolto in maniera particolarmente intensa proprio nel Giorno della civetta). L'indagine di Laurana non è dettata dalla volontà di ristabilire la giustizia, come invece nel caso di Bellodi, poiché si tratta di un compito che il professore non ritiene gli competa; le sue ricerche nascono da una curiosità intellettuale, da un'esigenza personale di venire a capo del mistero. Tanto è vero che, pure una volta scoperta la trama che c'è dietro il duplice delitto, Laurana non pensa assolutamente di denunciarla a chi di dovere.

Il professore, inoltre, è un uomo piuttosto ingenuo: la cultura libresca, che egli pure condivide con Bellodi, costituisce nel suo caso un limite, che gli impedisce di muoversi con scaltrezza nella vita reale. Egli dunque, dopo aver avuto alcune importanti intuizioni ma essere stato aiutato nella sua indagine soprattutto dal caso, finirà col mettersi nei guai con le proprie mani. Diversamente Bellodi, dopo aver condotto la sua investigazione con intelligenza e astuzia (e con un tormento interiore che Laurana non conosce), vedrà tutto vanificato dall'intervento dei poteri forti.


Laurana condivide con gli altri investigatori sciasciani la sorte della sconfitta.

Invece l'ingenuità e la cecità di fronte ad alcune evidenze lo distinguono, e lo stesso si può dire anche del suo rapporto con le donne.

Gli "eroi" di Sciascia di norma non hanno mogli o compagne, e questo è un tratto ricorrente nella letteratura "gialla"; ma il professore è addirittura in difficoltà di fronte alle donne: ne subisce il fascino e l'attrazione ma se ne tiene a distanza, impacciato e timoroso del giudizio materno: un soggetto da psicanalizzare.


Sarà proprio l'incapacità di restare lucido a causa della seduzione di una donna a rovinare definitivamente Laurana e a fare di lui lo zimbello di chi ha capito ogni cosa ed è stato più scaltro di lui.

Così la piena verità sarà risaputa da tutti, tranne che dal professore e dalle forze dell'ordine ancor più lontane di lui dallo scoprirla (la denuncia dell'incapacità - o della corruzione - delle forze dell'ordine è un altro leit motiv dei gialli di Sciascia). Così la trama di corruzione e di compromessi politici non verrà alla luce e la Sicilia e l'Italia continueranno  a sprofondare nel baratro.

 Il quadro delineato dall'autore è veramente terribile e sconfortante: le forze politiche, senza distinzione significativa tra democristiani e comunisti, rappresentano interessi di parte e non idee e ideologie e mentre si gioca la partita del potere, e proprio a causa della corruzione della politica, il Paese diventa sempre più violento, prevaricatore, ingiusto: "fascista" (in senso lato), come afferma don Benito dialogando col protagonista che invece non condivide questa analisi.


Il titolo del romanzo deriva dall'unicuique suum che campeggia sulla prima pagina del giornale L'Osservatore Romano ed è il primo indizio utilizzato da Laurana nella sua indagine; ma è anche una sintesi del messaggio dell'opera. A ciascuno ciò che merita: a Roscio, a Laurana, alla Sicilia, all'Italia.

Leggere Sciascia è sempre interessante e sconcertante insieme: perché il ritratto, vero, vivido e drammatico, dell'Italia degli anni '60, '70, '80 che egli ci ha lasciato non è soltanto una testimonianza storica; Sciascia descriveva il presente profetizzando il futuro, e spesso non sbagliava.


Già nel 1966 lo scrittore aveva perso la speranza di riscatto e di ricostruzione che animava Il giorno della civetta; tocca ora a noi, e siamo già in colpevolissimo ritardo, cercare di dare al nostro Paese martoriato, corrotto e smarrito, prospettive nuove e un avvenire diverso.



«[...] era una sorta di oscuro amor proprio che gli (a Laurana) faceva decisamente respingere l'idea che per suo mezzo toccasse giusta punizione ai colpevoli. La sua era stata una curiosità umana, intellettuale, che non poteva né doveva confondersi con quella di coloro che la società, lo Stato, salariavano per raggiungere e consegnare alla vendetta (corsivo mio: sic!) della legge le persone che la trasgrediscono o infrangono. E giuocavano in questo oscuro amor proprio i secoli d'infamia che un popolo oppresso, un popolo sempre vinto, aveva fatto pesare sulla legge e su coloro che ne erano strumenti; l'affermazione non ancora spenta che il miglior diritto e la più giusta giustizia, se proprio uno ci tiene, se non è disposto a confidarne l'esecuzione al destino o a Dio, soltanto possono uscire dalle canne di un fucile»

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