Storia di un bambino mai cresciuto: "Il barone rampante" di Italo Calvino

Pubblicato il da vocelibera2011

http://www.scuolamediabramante.it/yesIcan/wp-content/uploads/2011/01/il_barone_rampante.jpgIl romanzo Il barone rampante di Italo Calvino (Santiago de Las Vegas, 1923 – Siena, 1985) fu pubblicato per la prima volta nel 1957. Tre anni dopo rientrò, insieme al Cavaliere inesistente e al Visconte dimezzato nella trilogia intitolata I nostri antenati.


È il 15 giugno 1767 e Cosimo Piovasco di Rondò ha 12 anni quando, a séguito di una banale lite con il padre barone, sale su un albero e dichiara che non ne scenderà mai più. E così effettivamente avviene: Cosimo diventa adulto e poi vecchio, continuando a muoversi di ramo in ramo tra i giardini e i boschi di immaginari paesi liguri.
Questo non gli impedisce di restare in contatto con il mondo, per quanto egli si faccia sempre più selvatico e solitario: diventa un uomo molto colto e di orientamenti illuministici; prende parte attivamente a diversi eventi politici e conosce di persona Napoleone Bonaparte; intreccia numerose relazioni amorose, tra cui, travolgente, entusiasmante e infelicissima, quella con l’unico amore vero della sua vita, la capricciosa Viola.
Vecchio e malato, un freddo giorno del 1820 Cosimo si aggrappa ad una mongolfiera e di lui non si saprà mai più nulla. Rimane quindi vuota la sua tomba, la cui lapide recita: «Visse sugli alberi. Amò sempre la terra. Salì in cielo».


Nella prefazione scritta con lo pseudonimo di Tonio Cavilla per l’edizione ridotta destinata alle scuole medie del 1965, l’autore stesso lasciava aperta l’interpretazione di questo romanzo. Lo stesso aveva fatto già nella prefazione all’edizione dei Nostri antenati del 1960, anche se lì aveva anche proposto la propria chiave di lettura.
La storia era scaturita dall’immagine, che accompagnava Calvino da tempo, di un bambino arrampicato su un albero. Indubbiamente, come scrive Cavilla, il gusto per la narrazione fantastica domina il romanzo e ne costituisce l’aspetto probabilmente più evidente e caratteristico.
La vicenda di Cosimo è raccontata con toni ironici, divertiti e divertenti, ma a tratti anche commossi e commoventi: si percepisce ad esempio il grande amore dell’autore per la sua terra ligure, un tempo ricoperta di vegetazione a perdita d’occhio, ma vittima ormai, negli anni ’50, delle speculazioni edilizie più aggressive.
La storia personale del protagonista si intreccia costantemente con quella della Rivoluzione Francese, dell’impero napoleonico e della Restaurazione e lo sfondo storico rivela l’interesse e la vicinanza dell’autore alle tematiche libertarie dell’Illuminismo e agli atteggiamenti morali del romanzo filosofico.
Tuttavia Il barone rampante non è un racconto filosofico di Voltaire o Diderot. Cosa sia l’autore non dice precisamente, le conclusioni ultime sono lasciate alla nostra interpretazione.


C’è chi ha visto in Cosimo il simbolo dell’individuo che si ribella al conformismo e alla grettezza; chi invece quello dell’intellettuale impegnato, che solo creando una distanza tra sé e la gente comune può davvero comprendere la realtà e offrire un contributo al progresso (quest’ultima interpretazione, in particolare, riprende quanto affermato dall’autore stesso nella prefazione del 1960).
Tuttavia, per quanto impopolare potrà risultare questo giudizio, quello di Cosimo non appare un eroe positivo: sembra piuttosto incarnare un fallimento, personale e storico.
Il protagonista si estrania dal consorzio umano, salvo poi voler mantenere i contatti con il mondo esclusivamente alle proprie condizioni. Nella sua determinazione si riconosce la testardaggine di un bambino piuttosto che una scelta adulta consapevole.
E il fatto che, vecchio e malato, Cosimo scompaia in piena Restaurazione, quando il vento della grande rivoluzione sembra passato senza lasciare tracce e prima che quel vento torni a soffiare con i moti risorgimentali, sembra una conferma di questa interpretazione.


Pertanto, se l’autore ha lasciato aperta l’interpretazione del romanzo questo potrebbe anche dimostrare l’imbarazzo dello scrittore di fronte ad una storia certamente originale, scritta con grande amore e fantasia, ma sfuggita al suo controllo per quel che riguarda il messaggio che intendeva trasmettere.
D’altro canto il secondo Novecento non è epoca di slanci entusiastici ed ottimistici di stampo illuministico. Lo dimostra anche, più chiaramente, la produzione successiva dello stesso Calvino.



«Persisteva in lui il testardo orgoglio giovanile di chi non vuole ammettere di subire influenze altrui»

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