Storia di un figlio giustamente ribelle: "Le avventure di Pinocchio"

Pubblicato il da vocelibera2011

http://t3.gstatic.com/images?q=tbn:ANd9GcTjoDl6B9K5CDj8ylNzyx1R5JP6idJ0r8rjuZbquCRf321VHEzjNei primi anni ’70 la RAI trasmise uno sceneggiato su Pinocchio diretto da Luigi Comencini: sei puntate, di circa 50 minuti ciascuna, che riproponevano la storia del più famoso burattino del mondo narrata cento anni prima da Carlo Collodi (al secolo Carlo Lorenzini: Firenze, 1826 – 1890).


Il racconto fu pubblicato a puntate, tra il 1881 e il 1883, sul Giornale per i bambini. I primi quindici capitoli ebbero per titolo La storia di un burattino e la vicenda si concludeva con l’impiccagione di Pinocchio da parte del Gatto e della Volpe. Successivamente l’autore decise di dare un prosieguo alla storia e a due riprese portò a termine il romanzo, che ricevette il nuovo e definitivo titolo Le avventure di Pinocchio.


La trama è celebre, almeno nelle sue linee generali. Un vecchio falegname costruisce un burattino di legno, a cui dà il nome di Pinocchio; ma prima ancora d’essere compiuta, la marionetta si rivela dotata di intelligenza e parola e di un carattere pigro e dispettoso. Pinocchio affronterà mille peripezie fantastiche e surreali prima di comprendere gli errori dettati dalla sua superficialità e dalla sua indolenza: solo allora la Fata Turchina lo trasformerà in un bambino in carne e ossa.


Il romanzo ha alle spalle una tradizione comica e teatrale popolaresca tutta toscana, che gli conferisce una freschezza ed una vivacità che si apprezzano ancora oggi. È però anche un’opera realizzata in un periodo particolare della storia italiana: l’Unità nazionale si era appena compiuta e l’Italia si trovava ad affrontare non pochi problemi concreti.

In un anno molto vicino (1886) venne pubblicato anche un altro celebre libro per l’infanzia che si cita sempre accanto a Pinocchio: Cuore di Edmondo de Amicis. Entrambi furono concepiti per quel giovane, giovanissimo pubblico di scolari italiani che occorreva educare ad una lingua e a valori comuni, dopo secoli di frammentazione politica e culturale.

Leggere però le due opere, e soprattutto quella di Collodi, esclusivamente in questa chiave significa precludersi la loro piena comprensione.


Le avventure di Pinocchio ha infatti avuto vasta risonanza e grandi apprezzamenti anche presso un pubblico adulto, e ben oltre i limiti cronologici della fine dell’Ottocento. Questo ha naturalmente attirato l’attenzione e l’interesse degli studiosi che si sono interrogati, e continuano ad interrogarsi, sulle ragioni di un successo così strepitoso. Numerose sono, conseguentemente, le interpretazioni (alcune anche francamente anacronistiche o fuorvianti) che sono state proposte.

Personalmente, trovo invece interessante mettere a confronto il romanzo con lo sceneggiato, il quale, se certamente ne riprende tutti gli episodi salienti e perfino le battute più famose, dall’altro sembra offrire una chiave di lettura molto stimolante.

 

http://t0.gstatic.com/images?q=tbn:ANd9GcTpqCqNk2PV_0HLOJk-nVbgOTOVjCD9-6R2oJ33WNxvJ9eSU5CCDwLe avventure di Pinocchio può essere definito un romanzo di formazione, poiché descrive il processo di maturazione del suo protagonista. La maturità in questo caso consiste in senso del dovere e rispetto delle regole.

Il percorso di crescita è segnato da diverse cadute, provocate dalla volontà debole del burattino che preferisce seguire ciò che più lo diverte e lo alletta, e i cattivi consiglieri, piuttosto che i saggi insegnamenti della Fata e del Grillo parlante.

Tuttavia in molti hanno rilevato una certa ambiguità nel modo in cui l’autore ha affrontato e descritto questo percorso: è infatti evidente la simpatia dello scrittore verso il suo scapestrato, dispettoso, capriccioso burattino.

L’autore, e così il suo romanzo, oscillano tra l’intento pedagogico edificante e un’istintiva disposizione d’animo più libera e ribelle.

 

Lo sceneggiato di Comencini, a quasi un secolo di distanza, va ancora oltre.

Le monellerie di Pinocchio, all’inizio della versione cinematografica, non sono gravi quanto quelle descritte nel romanzo; le punizioni inflitte dalla Fata sono invece ancora più dure, alcune perfino crudeli. Successivamente le birbonate del burattino diventano più serie e continuano ad essere punite sempre più severamente.

La storia del Pinocchio di Comencini sembra dimostrare che diventerà certamente “cattivo” un bambino a cui si ripete continuamente ed aspramente, e senza dare spiegazioni, che si comporta male; un bambino che viene punito in maniera sproporzionata rispetto alle sue mancanze.http://t3.gstatic.com/images?q=tbn:ANd9GcQsCGchRaFrC8kn2ppBuaXwL3noSJGUJqybzf2ldZlJ3N1mE-f0

Una battuta dello sceneggiato colpisce particolarmente (e manca nel romanzo): quando Pinocchio, dopo aver ritrovato il babbo dentro il ventre della balena, racconta a Geppetto le sue avventure e gli interventi della Fata, il padre commenta: «Più che una fata, mi sembra una strega».

 

Per chi svolge – in veste di genitore o di insegnante – il difficilissimo compito dell’educatore; in un tempo come il nostro, per giunta, in cui sembra che gran parte degli educatori abbia abdicato a questo impegno, l'argomento è sempre attuale.

Non dovrebbe trascorrere giorno senza interrogarsi su ciò che sia più giusto dire e fare per accompagnare i giovani nella loro crescita: amandoli senza soffocarli e nello stesso tempo senza rinunciare ad un ruolo normativo, spronandoli a dare il meglio di sé senza farli sentire caricati di eccessive aspettative, educandoli senza castrarli nella loro personalità e nelle loro attitudini; affinché possano (perché devono!) ribellarsi senza però perdere di vista i valori irrinunciabili, affinché possano diventare uomini e donne senza smarrire la curiosità e la voglia di sperimentare e continuando a reagire a ingiustizie e soprusi.

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