Storia di un sognatore fallito: "Le notti bianche" di Fëdor Dostoevskij

Pubblicato il da vocelibera2011

http://img.libreriadelsanto.it/books/4/4J0p2KVjQERiEra il 1848 quando Fëdor Dostoevskij (Mosca, 1821 – San Pietroburgo, 1881) pubblicò per la prima volta il suo racconto (o romanzo breve) intitolato Le notti bianche (Белые ночи). Dopo l'esilio lo revisionò e lo ripubblicò senza variazioni sostanziali nel 1859. Il racconto ha due sottotitoli (Dalle memorie di un sognatore e Racconto sentimentale) e resta un'importante testimonianza dei miti ingannevoli del Romanticismo.


Un giovane ventiseienne di Pietroburgo vive in una stanza in affitto e si nutre di sogni. Tuttavia egli subisce costantemente il richiamo della vita vera, per lui seducente e spaventoso insieme. Una notte sembra che il sogno e la realtà possano conciliarsi nel rapporto con la giovanissima Nasten'ka. Tra i due, che non si erano mai incontrati prima, si crea una sintonia, una corrispondenza di sentimenti, che li spinge a confidenze reciproche molto intime. Fino a che, nel giro di quattro notti bianche, l'ultima illusione del sognatore va in pezzi. La vicenda è narrata in flashback dal protagonista.


È il personaggio stesso a definirsi un sognatore, diviso tra fantasticherie apparentemente grandiose ma in realtà patetiche e ridicole, come lui stesso le definisce, e il rimpianto di una vita reale mai veramente vissuta. Pertanto il ritorno nel cantuccio isolato del sogno, dopo l'inganno della vita vera, non ha nulla di consolatorio: è invece l'ultimo ripiego di un'anima sola e disadattata che non riesce a trovare una propria collocazione nel mondo e che la fantasia non può rendere felice. Quella del sognatore delle notti bianche è un'anima smarrita e impotente, consapevole della propria inettitudine e incapace di reagire.

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André Gide, rispondendo ai detrattori dello scrittore russo, ha detto che i personaggi di Dostoevskij lasciano spesso perplessi i lettori occidentali perché appaiono assurdi, eccessivi, nonostante siano estremamente umani; tanto umani che non si abbandona, secondo Gide, la lettura di un racconto di Dostoevskij senza aver ritrovato qualcosa di se stessi, del proprio mondo interiore, nelle pagine dello scrittore.

In verità i monologhi esaltati, gli affanni e le lacrime fin troppo facili del sognatore sono francamente indigesti, così come la trama da romanzo d'appendice (d'altro canto il racconto rielabora in forme più raffinate i temi dei feuilletons pubblicati da Dostoevskij nel 1847). Tuttavia si può dare in qualche misura ragione a Gide: molti possono riconoscere qualcosa di sé in questo racconto, in particolare gli effetti distruttivi delle fantasticherie esasperate.

Non si vuol dire che si debba accantonare il sogno: il sogno è passione, può essere uno sprone all'azione. Non bisogna però farsi fagocitare dal sogno, e non bisogna cedere alle lusinghe delle passioni da romanzo d'appendice: che è invece ciò che accade al personaggio dostoevskijano. E che può accadere a ciascuno di noi.



«Un minuto intero di beatitudine! È forse poco per colmare tutta la vita di un uomo?...»

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