Tutta la cruda verità: "Sonderkommando Auschwitz" di Shlomo Venezia

Pubblicato il da vocelibera2011

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Shlomo Venezia (Salonicco, 1923), ebreo di nazionalità italiana nato in Grecia, fu deportato insieme a tutta la famiglia nel campo di concentramento di Auschwitz. Era la primavera del 1944. Si è salvato, come suo fratello ed una delle sorelle; ma la madre e le sorelline più giovani scomparvero inghiottite dai forni crematori. Per decenni Venezia si è chiuso nel silenzio, oppresso dal ricordo ma anche dai sensi di colpa, finché nel 2007, da un’intervista concessa ad una giornalista francese, è nata la testimonianza di Sonderkommando Auschwitz.

 

Venezia fece parte, appunto, di un Sonderkommando: si trattava di gruppi di lavoro, composti esclusivamente (o quasi esclusivamente) da Ebrei, che lavoravano nelle camere a gas e nei crematori. Erano dunque parte integrante ed attiva del meccanismo di sterminio: accompagnavano i condannati, aprivano le botole da cui l’ufficiale tedesco di turno faceva cadere il gas letale, estraevano i denti d’oro dei morti, trasportavano via i cadaveri per gettarli nei forni o nelle fosse comuni…
Questo ruolo garantiva loro, per un certo periodo di tempo, condizioni di vita migliori rispetto a quelle degli altri prigionieri. Anch’essi però erano destinati ad essere uccisi dopo qualche mese, perché non restassero testimoni pericolosi.
Dentro i campi, tuttavia, riuscire a sopravvivere ancora un giorno era per i più l’unico obiettivo, ogni altra volontà annientata, l’umanità umiliata e distrutta.
Fu così che Shlomo accettò di svolgere il compito odioso che gli avevano proposto. E si salvò solo grazie ad una serie di circostanze fortuite. Oggi è uno dei pochissimi sopravvissuti dei Sonderkommandos a poter raccontare.

 

Sonderkommando Auschwitz è un libro senza alcun pregio artistico. Manca ad esempio il filtro letterario raffinato da cui è nato Se questo è un uomo di Primo Levi.
Ma la testimonianza di Shlomo Venezia resta autentica e tra le più sconvolgenti. Egli riferisce senza eufemismi ciò che ha visto con i propri occhi nel cuore del campo, per quanto sia possibile descrivere il terrore dei condannati, le esecuzioni sommarie, i corpi ammassati e deformati e squassati degli asfissiati. Nella stessa maniera spiega la lotta egoista e anche violenta tra i detenuti per la sopravvivenza.

 

Chi ha cercato, con un’analisi minuziosa e pedante, di demolire la testimonianza di Venezia, evidenziando incongruenze ed errori, o anche solo la ripetizione di testimonianze già portate da altri, compie un’operazione scorretta e pericolosa. È perfino banale osservare che i ricordi, soprattutto di esperienze così tragiche, può essere deformato dal trauma (oltre che dal tempo); ma la sostanza della testimonianza è innegabile, ed è poi compito dello storico ricostruire con la maggiore precisione possibile gli eventi. Qualunque tentativo di revisionismo è colpevole e va rigettato con la massima energia.

 

Più volte Shlomo Venezia ripete che lui non credeva di poter sopravvivere e che, se solo avesse immaginato di scampare, avrebbe trovato il modo di annotare i particolari poi dimenticati, per lasciare una testimonianza più ricca e precisa.
Ciò nonostante l’intervista resta preziosissima per conoscere e per non dimenticare. L’esperienza dei campi di concentramento nazisti ha dimostrato quanto siano precarie le conquiste della civiltà umana, quanto sia facile precipitare nell’abisso delle più abiette perversioni, come sia possibile rendere labile perfino il confine tra vittime e carnefici (Primo Levi, in I sommersi e i salvati, ha scritto: «Aver concepito ed organizzato i Sonderkommandos è stato il delitto più demoniaco del nazionalsocialismo. [...] Attraverso questa istituzione, si tentava di spostare su altri, e precisamente sulle vittime, il peso della colpa, talché, a loro sollievo, non rimanesse neppure la consapevolezza di essere innocenti»).  E tutto questo nella civilissima Europa di un tempo vicinissimo a noi.

 

 Ho potuto ascoltare Shlomo Venezia dal vivo nella primavera del 2010 ed è stata un’esperienza molto intensa.
A pochi metri da me un uomo anziano raccontava la propria storia, apparentemente simile a tanti altri nonni che rievocano il tempo che fu e invece protagonista di vicende terribili e gravato da un fardello pesantissimo. Accanto a lui era seduta la moglie, di vari anni più giovane, vigile e amorevole. Lui tendeva a farsi trasportare dall’onda del ricordo, perdeva il filo della storia pur tante volte ormai narrata: un episodio ne richiamava un altro e poi un altro e poi un altro ancora… Lei lo aiutava a restituire ordine logico e cronologico al racconto e lui stesso più volte si è voltato verso di lei chiedendole di ricordargli di cosa stesse parlando prima di divagare.

 

Siamo gli ultimi a poter ascoltare il racconto degli orrori dei lager dalla viva voce di chi li ha vissuti. Perciò è necessario che siamo particolarmente attenti a memorizzare e a riferire a nostra volta. Le nuove tecnologie aiutano e i tanti progetti di registrazione delle testimonianze conserveranno per le generazioni a venire un patrimonio inestimabile di voci e di esperienze.
Tuttavia la corrente emotiva, lo scambio a volte imprevedibile di ricordi, opinioni, impressioni, sentimenti che si può creare tra un pubblico che ascolta e interviene e domanda e un testimone che ricorda, narra e risponde è qualcosa che nessuna tecnologia potrà mai riprodurre. È un’esperienza unica che le future generazioni non potranno compiere, un privilegio (tristissimo) di cui chi verrà dopo di noi non potrà godere.

 

 

 

 

 

 

 

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