Un condensato di banalità: "La principessa che credeva nelle favole" di Marcia Grad

Pubblicato il da vocelibera2011

http://t0.gstatic.com/images?q=tbn:ANd9GcQnOhKo-gzFChavbmG35GTRNtvOslowILxokiY2i-IirUnq7Uj50AL’autrice vive in California. È laureata in psicologia, tiene seminari presso scuole e università e insegna tecniche di crescita personale a gruppi di managers e professionisti. Si potrebbe sospettare che sia di quegli specialisti che sfruttano conoscenze e competenze, vere e presunte, per riscuotere successo e soldoni piuttosto che per contribuire al benessere della gente. Il libro in questione toglie ogni dubbio.


La principessa che credeva... (The princess who believed in fairy tales, 1995) è un libro smaccatamente a tesi: già i nomi dei luoghi e dei personaggi alludono in maniera più che esplicita ai significati.
Victoria è una principessa graziosa e ben educata e va in sposa al tanto sognato Principe Azzurro. Quando il consorte si rivela immaturo, egoista e aggressivo, la principessa comincia un faticoso e doloroso viaggio attraverso il Sentiero della Verità, e dopo aver passato il Mare delle Emozioni, la Terra delle Illusioni, il Campeggio per viaggiatori smarriti, la Terra di Ciò che è, il Viale dei Ricordi e la Valle della Perfezione, giunge al Tempio della Verità dove una pergamena sacra le rivela ciò che infine ha meritato di sapere.


Attraverso il personaggio di Victoria e quello del suo alter ego infantile immaginario, l’ingenua, sognatrice, ribelle Vicky, Marcia Grad ha voluto rappresentare ogni donna che ha bisogno di liberarsi del mito del Principe Azzurro per comprendere che l’amore vero è qualcosa di meno perfetto (e anche di meno melenso e retorico), ma di più vero e appagante proprio nella sua imperfezione. E ha voluto anche dimostrare che per essere felici accanto ad un compagno occorre essere anzitutto soddisfatte e realizzate in se stesse.
Una “morale” semplicemente ovvia.


Pare, stando al risvolto di copertina, che questo volumetto sia un best-seller a livello mondiale, ma la delusione che scaturisce dalla lettura è massima. E così il disappunto.
Ci si sarebbe aspettato un approccio scientifico oppure ironico dell’autrice: la Grad, invece, si prende terribilmente sul serio mentre scrive e diffonde banalità da periodico femminile di serie Z.
D’altro canto sono evidenti le ragioni dello straordinario successo commerciale (nell’accezione più negativa del termine) del libro: punta tutto su un coinvolgimento emotivo viscerale e del tutto acritico. Ma dubito che, dopo il primo impatto, possa essere realmente utile a chicchessia.

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