Un muto grido di dolore: "Le vergini suicide" di Jeffrey Eugenides

Pubblicato il da vocelibera2011

http://www.ebookgratis.name/covers/386.jpgNel 1993 Jeffrey Eugenides (Detroit, 1960) pubblicava il romanzo Le vergini suicide (The virgin suicides) che ha avuto un discreto successo internazionale e dal quale, nel 1999, Sofia Coppola ha ricavato il film Il giardino delle vergini suicide.


Al centro della storia si collocano cinque sorelle adolescenti della provincia americana degli anni Settanta: Cecilia, Lux, Bonnie, Mary e Therese Lisbon. Sfuggenti, impenetrabili, infelici, nell'arco di un anno si suicidano tutte: prima la più giovane, Cecilia; poi le altre. A distanza di decenni le vicende di quei tredici mesi sono rievocate da un gruppo di ragazzi di allora, innamorati e ossessionati dalle sorelle Lisbon. Essi conservano ancora 97 «reperti» (fotografie, biancheria, referti medici, il diario di Cecilia...) appartenuti alle giovani, ordinati e catalogati in cinque valigie. Ancora dopo tanti anni i ragazzi diventati adulti non riescono a dimenticare quelle ragazze bionde dagli occhi azzurri e di ghiaccio, che continuano a comparire nei loro sogni e a tormentare le loro vite.


La vicenda delle sorelle Lisbon si svolge su uno sfondo apparentemente sereno, perfino idilliaco, ma che in realtà mostra i primi segni di una progressiva, inarrestabile degradazione: le invasioni estive di insetti, gli alberi divorati dai parassiti, il lago che va facendosi stagnante...

E gli uomini non fanno eccezione. La madre delle Lisbon è una donna severa, rigida fino al punto da diventare disumana: cerca di fermare il tempo, impedendo alle figlie di vestirsi e truccarsi come le coetanee, di organizzare e partecipare alle feste, di ascoltare la musica rock. Il marito, professore di matematica nella stessa scuola frequentata dalle figlie, è un uomo debole, succubo della moglie. Tutt'intorno vive una comunità che si va aprendo al nuovo che avanza e chiudendo alla solidarietà e all'umanità (con l'eccezione di qualche eccentrico personaggio come la vecchia signora Karafilis): così, senza quasi batter ciglio, semmai con disappunto e disgusto, il paese lascerà andare letteralmente in decomposizione la casa dei Lisbon e lascerà affondare le sorelle nella loro folle disperazione.

I ragazzi perdutamente innamorati delle Lisbon saranno incapaci, per la loro stessa giovane età, per la loro infantile passione, di aiutarle; e ne porteranno un segno indelebile per sempre.

 

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Nelle ultime pagine sono proprio i narratori ad offrire l'ultima interpretazione, tra le tante fornite da psichiatri, giornalisti e gente comune, sulla tragedia delle sorelle: una lettura dei fatti con la quale essi cercano probabilmente di riappacificarsi con se stessi, con i rimpianti e con i sensi di colpa. Questa lettura dei fatti contiene in effetti un frammento di verità, al pari delle altre.

Non è inspiegabile il suicidio di cinque ragazze belle, sensibili e intelligenti, in un contesto come quello: c'era nelle sorelle Lisbon un'esigenza di vita intensa, appassionata, vera, che non poteva essere soddisfatta: non poteva esserlo da parte di una madre bigotta e anaffettiva o di un padre emotivamente troppo fragile; non poteva esserlo neppure da parte di una comunità superficiale e indifferente che finge di essere felice anche quando non lo è. Le Lisbon hanno voluto gridare al mondo, a loro modo, che non ci stavano.


Il romanzo è desolante e sgradevole per i toni morbosi.

Ma è anche una storia di adolescenti, e come tale offre l’occasione di importanti riflessioni sul tema. Non dovrebbe trascorrere giorno, infatti, senza interrogarsi su come si possano accompagnare al meglio i ragazzi nella loro età più splendida e terribile.


Il signor Eugene, uno dei tanti membri della comunità delle vergini suicide, non riesce a comprendere i disagi dei giovani che non soffrono fame e povertà. Per certi versi, non ha torto. Tuttavia se sono tanto numerosi i suicidi giovanili nelle società agiate (ai loro albori, descritti nel romanzo, e ancora in seguito), il fenomeno non deve essere trascurato né banalizzato. Questo  male di vivere   va compreso e curato, magari proprio con l'antidoto della coscienza storica, politica, civile e dell'impegno in una causa.

 

Oggi però, almeno in Italia (non saprei dire altrove), viviamo una fase ancora diversa, in cui il senso di incertezza, di insoddisfazione e di vuoto tipico degli adolescenti, ha anche precise ragioni sociali ed economiche. Vedo i ragazzi di oggi aggrapparsi morbosamente agli amici, proiettare sul primo ragazzo che incontrano il sogno di un improbabile principe azzurro, stordirsi coi videogiochi o con l'alcool e le droghe... e per quanto non facciano apparentemente nulla di diverso da ciò che faceva la mia generazione, la differenza esiste.

La differenza esiste, loro la sentono e a volte ce la sbattono in faccia (come dar loro torto?), tanto che è sempre più difficile trovare le parole per incoraggiarli a studiare e a credere nell'avvenire. Gli adolescenti italiani del 2012 non vedono un futuro dinanzi a sé, si sentono scoraggiati e avviliti da una società in declino, dove pochi si avvantaggiano di favoritismi e clientelismi e per gli altri sembra non esserci possibilità concreta di realizzazione. Mentre la crisi economica avanza inesorabilmente.

Il problema è assolutamente concreto, e questo rende ancora più problematico il ruolo di genitori e insegnanti: spronando i ragazzi a credere nel futuro, sembra sempre più spesso di ingannarli.


I giovani sono sempre bellissimi e fragili, ma epoca dopo epoca, da luogo a luogo, si scontrano con realtà diverse ed è quindi diverso il modo particolare di vivere e manifestare paure, disagi, senso di inadeguatezza... A noi che quella fase l'abbiamo vissuta e l'abbiamo superata tocca oggi accompagnare i nostri ragazzi, senza però mai presumere di sapere, di avere capito, bensì con l'umiltà e la discrezione di chi sta al fianco, amando senza opprimere, cercando di comprendere rispettando sempre spazi e sentimenti.  E impegnandoci a costruire per loro, e insieme a loro, un futuro più umano e più prospero.



«Certo, di tanto in tanto, mentre ci lasciavamo trasportare lentamente nel residuo malinconico del tempo che ci resta da vivere (là dove le sorelle Lisbon non hanno voluto posare gli occhi, scelta che cominciò a sembrare saggia), ci fermavamo, perlopiù da soli, per levare lo sguardo sul sepolcro imbiancato che una volta era la loro casa.»

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