Una storia dai ghiacci della Groenlandia: "Prima di domani" di Jørn Riel

Pubblicato il da vocelibera2011

http://3.bp.blogspot.com/-HGufjsdVT4Q/TeIZCsg6OsI/AAAAAAAAA9o/QyQLLCGBOmU/s1600/riel1.jpgJørn Riel (Odense, 1931) è un esploratore e scrittore danese che ha trascorso sedici anni della sua vita in Groenlandia e da questa terra e dalle sue genti ha tratto spunti e suggestioni per numerosi racconti. In particolare, la scoperta tra i ghiacci dei resti di una donna adulta e di un bambino gli ha ispirato il romanzo Prima di domani (Før morgendagen), pubblicato nel 1975. La vicenda narrata è frutto di fantasia, ma è del tutto realistica e, non meno importante, non si limita a raccontare la vita di una nonna e di un nipote: apre infatti uno squarcio sulle grandi tragedie storiche delle popolazioni artiche.

Il libro è stato tradotto e pubblicato in Italia nel 2009, dopo la realizzazione del film omonimo premiato al Toronto Film Festival nel 2008.


Nella Groenlandia del secondo Ottocento le comunità inuit vivono in condizioni certamente primitive, ma in accordo con i cicli della natura. La vita non è facile, in particolare nella lunga stagione fredda e soprattutto quando la penuria di animali provoca devastanti carestie. Tuttavia, la stagione estiva del 1860 sembra annunciarsi sotto i migliori auspici: grazie al grande numero di prede disponibili, si prevede un inverno tranquillo e prospero. La vecchia Ninioq si offre volontaria per trascorrere l'estate sull'isola della carne occupandosi di far seccare le provviste per l'inverno e il nipotino Manik insiste per accompagnarla. In autunno, però, nessuno viene a riprenderli. Saranno la vecchia nonna e il bambino a tornare indietro e a scoprire l'orrore indicibile che Ninioq, tormentata da tempo da un'inquietudine senza nome, aveva in qualche modo presentito.


Il breve romanzo descrive in maniera precisa usi e costumi delle tribù inuit della Groenlandia, anche negli aspetti più lontani e quindi sconcertanti, se non inaccettabili, per la nostra cultura. Il narratore è esterno, ma lascia prevalentemente la parola alla vecchia Ninioq, così che il lettore si immerga nel mondo inuit attraverso le memorie e i racconti della protagonista. In questo modo le circa 150 pagine scorrono veloci, grazie ad un ritmo e ad una vividezza notevoli (fanno forse eccezione solo i primissimi capitoli), tra ricordi, leggende e, su tutto, il profondo legame tra nonna e nipote.

L'orrore della strage degli Inuit resta sullo sfondo, a lungo incomprensibile per la stessa Ninioq; ma proprio per questo la verità resta impressa, dolorosa tragica e assurda, nel cuore prima che nella mente del lettore.


Non è mia intenzione esaltare il mito del buon selvaggio. L'autore cede a tratti a questa tentazione, ma chi legge deve restare, in questo senso, assolutamente lucido.

Bisogna però certamente condannare senza appello lo sfruttamento e i massacri che i bianchi hanno compiuto: è il caso degli Inuit come delle popolazioni pre-colombiane dell'America centrale e meridionale come di tante altre.

Vicende come queste - per certi versi, con altre modalità, ancora tristemente attuali - sono la vergogna dei popoli che si definiscono civili ma che in realtà pretendono di misurare la civiltà secondo il proprio metro di conquistatori e di sopraffattori.


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Gli Inuit costituiscono uno dei gruppi etnici più comunemente noti come eschimesi, secondo una definizione data dai nativi americani algonchini. Divisi tra vari territori artici, per secoli sfruttati dai bianchi, negli ultimi decenni hanno ottenuto importanti successi nel riconoscimento della loro identità e dei loro diritti da parte dei potenti del mondo.

Dal 1999 il Canada ha un territorio federale inuit, chiamato Nunavut (precedentemente questa regione era invece parte dei Territori del Nord-Ovest), e dal 21 giugno 2009 la Groenlandia è indipendente dalla Danimarca.

Naturalmente la strada da percorrere è lunga. Le tribù inuit (come anche tante comunità di pellirosse) sono state decimate prima dalle stragi provocate dai bianchi poi  dall'alcool e dalle droghe e dai suicidi che si sono enormemente diffusi tra queste genti divise tra due mondi e due culture troppo distanti. Sembra che il primo passo sia stato compiuto. Sta adesso alla buona volontà dei popoli far sì che il processo continui e che gli Inuit possano aprirsi pienamente al progresso senza ulteriori traumi.



«Desiderava (il soggetto è Ninioq, n.d.r.) ardentemente che tutto rimanesse com'era sempre stato.  Che le renne tornassero, che gli uomini smettessero di litigare e che Sila, che dimorava in tutte le cose, rivolgesse di nuovo a loro la sua benevolenza. Sperava con tutto il cuore che le tante tribù scomparse facessero ritorno, che il territorio si ripopolasse, e che si potesse così ripartire per lunghi e festosi viaggi di visita»

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