Una testimonianza dal Darfur: "Il traduttore del silenzio" di Daoud Hari

Pubblicato il da vocelibera2011

http://i.telegraph.co.uk/multimedia/archive/01186/arts-graphics-2008_1186354a.jpgDaoud Hari ha poco più di trent’anni ed è originario del Sudan, in particolare di quella regione tristemente famosa che è il Darfur. Dopo la distruzione del suo villaggio, Hari, che ha avuto il privilegio di studiare in patria e all’estero (nel 2000 l’analfabetismo in Sudan sfiorava ancora il 43%), è diventato interprete e guida di giornalisti occidentali e di organizzazioni umanitarie e ha varcato più di una volta il confine tra la sua terra e il vicino Ciad. Ricercato dal governo sudanese come spia, nel 2006 è stato imprigionato e torturato; sfuggito alla morte grazie ad una massiccia mobilitazione dell’opinione pubblica internazionale e all’intervento diretto degli USA, oggi vive a Baltimora.


Il traduttore del silenzio (The translator: a tribesman’s memoir of Darfur), pubblicato nel 2008, è l’opera con la quale Daoud Hari ha voluto raccontare al mondo la propria storia e quella della sua famiglia, decimata nel corso degli scontri civili che da anni insanguinano il Darfur; ma soprattutto ha voluto lasciare testimonianza diretta degli orrori che si verificano in quella regione. Il resoconto è rivolto direttamente al lettore; l’espressione è semplice, immediata, scorrevole, a tratti perfino ironica, ma anche di indiscutibile efficacia, tanto che certe immagini restano impresse in modo incancellabile. Più della ripresa di una telecamera. L’episodio che forse colpisce di più, e che più ha traumatizzato lo stesso autore, è quello della piccola profuga di quattro anni che viene infilzata, viva, su una baionetta. Fino alla morte. Davanti agli occhi del padre che ha cercato di salvarla.http://api.edizpiemme.it/storage/first/uploadfile/pmbook/151816/1/1/cover/1258_acc487192836ac493208d73b1c2f0a98.jpg


Il Darfur è la regione occidentale del Sudan, vasta quanto la Francia, e il suo nome significa “terra dei Fur”. I Fur sono una delle tribù indigene, come gli Zaghawa (a cui appartiene Hari) e i Massalit.

Il Sudan è stato protettorato anglo-egiziano ed ottenne l’indipendenza nel 1956; da quel momento si sono succedute, fino ad oggi, diverse dittature militari. La maggioranza non araba della popolazione, ribellatasi fin dal 1955, rimase in armi fino al 1972, soprattutto nel sud del Paese, finché la regione meridionale non ricevette una seppur limitata autonomia.

Il conflitto tra il nord arabo e musulmano e il sud africano e cristiano-animista riprese circa dieci anni dopo. Nei primi anni Ottanta, infatti, il presidente Nimeiri impose sull’intero Paese il potere federale. Da quel momento il governo centrale avrebbe gestito anche i proventi del petrolio appena scoperto nel sottosuolo del Sudan meridionale. Si formarono immediatamente gruppi ribelli e la situazione peggiorò ulteriormente quando Nimeiri impose la legge islamica (Sharia) a tutti i Sudanesi, anche ai non musulmani. La protesta dilagò, rafforzando i gruppi ribelli. Come sempre accade in queste regioni, la situazione è stata aggravata anche dalla carestia dilagante, che ha fatto milioni di morti e ancor più numerosi profughi. Nel 1985 Nimeiri fu abbattuto. Il nuovo presidente Mahdi sospese la Sharia, che però continuò ad essere applicata in certe zone. Nessuno dei problemi del Paese fu seriamente affrontato e per quattro anni continuarono gli scontri. La produzione petrolifera fu bloccata.

Nel 1989, quando Mahdi sembrava apprestarsi ad una politica più fattiva, fu rovesciato a sua volta dal generale Bashir, tuttora al potere. La Sharia fu ripristinata e fu inaugurata una politica durissima nei confronti di tutti i dissidenti. All’inizio degli anni Novanta Bashir ha scatenato i nomadi arabi del sud (janjaweed) contro i villaggi non-arabi. Secondo Amnesty International le vittime sono state due milioni, i profughi più del doppio. Bashir ha stretto inoltre rapporti con Bin Laden, più volte ospitato nel Paese, ed altri estremisti islamici, accogliendo anche alcuni loro campi di addestramento. I pozzi petroliferi sono invece stati affidati ai Cinesi, che hanno portato con sé squadre di sicurezza molto ben armate per difendersi dai ribelli.

Dopo l’11 settembre 2001 Bashir si è schierato con gli USA contro il terrorismo islamico; all’interno del Paese ha però continuato a fomentare gli scontri, promuovendo l’identità araba a spese di quella indigena africana, rompendo così una convivenza durata secoli, non sempre pacifica, ma mai seriamente compromessa. La guerra, ormai legata anche inevitabilmente alla questione petrolifera, è continuata nonostante gli interventi internazionali, finché nel 2003 il campo di battaglia si è spostato soprattutto nel Darfur.


In Darfur il conflitto ha assunto l’aspetto della guerra etnica tra Arabi e non-Arabi, i primi rappresentati dal governo centrale e dai janjaweed sostenuti e armati dal governo stesso. Le ragioni profonde del conflitto sono in realtà molteplici e sono collegate anche alla grave penuria di terra e di acqua (il sottosuolo del Darfur è ricco di acqua dolce che potrebbe essere sfruttata).

Mentre nel passato anche recente le diverse etnie convivevano in sostanziale equilibrio, i matrimoni misti erano numerosi e tutto era reso più semplice anche dalla condivisione della fede islamica a cui aderisce la maggior parte della popolazione, da anni la regione è invece teatro di scontri violentissimi: presso le tribù indigene migliaia sono i villaggi distrutti e le donne stuprate, centinaia di migliaia le vittime, milioni i profughi. I soldati dell’Unione Africana e i caschi blu dell’ONU si sono rivelati impotenti.

Nel luglio del 2008, dopo tre anni di indagini, il Procuratore Capo della Corte Penale Internazionale (Cpi) dell’Aja, Luis Moreno Ocampo, ha chiesto l’incriminazione di Bashir e un mandato di cattura internazionale nei suoi confronti per genocidio e per crimini di guerra e contro l’umanità. La richiesta non è stata riconosciuta dal governo sudanese; inoltre la Prima Camera Preliminare ha recepito il parere contrario di diversi Paesi a procedere contro un capo di Stato che non ha ratificato lo statuto di Roma (che ha decretato la nascita della Cpi) e ha chiesto al Procuratore Capo di presentare entro il novembre del 2008 nuove prove, prima di decidere se spiccare un mandato di arresto nei confronti del presidente. Nel marzo del 2009 il mandato è stato infine emesso, ma solo con riferimento ai crimini di guerra e contro l’umanità, mentre l’accusa di genocidio è caduta. 

Bashir, dal canto suo, ha inaugurato nel 2008 un lussuosissimo albergo di Khartoum realizzato con denaro libico da una ditta italiana, su progetto italiano; insiste nel negare gli stupri subìti dalle donne del Darfur; continua a recarsi all’estero (Egitto, Eritrea, Libia, Qatar) in occasione di incontri internazionali. 

Nei primi mesi del 2010 il conflitto in Darfur ha avuto ufficialmente termine. A luglio Bashir, che in primavera era stato rieletto non senza contestazioni sulla validità del voto, è stato raggiunto anche dal mandato di arresto per il crimine di genocidio. Continua però a governare e la nascita, nel 2011, della Repubblica del Sud Sudan indipendente non ha posto fine ai conflitti e alle violenze nel Paese. Anche in Darfur gli scontri proseguono.http://t0.gstatic.com/images?q=tbn:ANd9GcSI_hIcnXkTGA4r7BxwAhG70LtSZQk-drdGxmHlDkzmpLb6FAm-aw

 

Dramma atroce dentro un dramma già di per sé gigantesco è la sorte dei bambini: piccoli profughi affamati e malati; bimbi seviziati, dilaniati dalle bombe, trucidati; giovanissimi soldati imbottiti di droga e armati fino ai denti. Nel 2007 hanno fatto il giro del mondo, destando grande commozione e indignazione, i disegni dei piccoli rifugiati del Darfur. Da allora, però, nulla è cambiato.


Daoud Hari, con il suo libro, ha voluto richiamare l’attenzione sul dramma della sua terra e richiedere un intervento risolutore dei grandi del mondo. Egli sostiene infatti che se alla gente del Darfur sarà impedito di tornare nella regione e di ricostruire i propri villaggi, questo costituirà un precedente molto grave. Dimostrerà infatti che il genocidio è una soluzione considerata valida e universalmente accettata.


L’intervento in Sudan, come in altre zone martoriate del mondo, dovrebbe essere però concepito in maniera concreta e lungimirante. A questo proposito Uzodinma Iweala, giovane scrittore americano di origini nigeriane, pur apprezzando gli aiuti umanitari in favore dell’Africa, avanza il dubbio che gli interventi occidentali non siano genuini, bensì piuttosto un modo per affermare un’ennesima volta la superiorità dell’Occidente; egli inoltre sottolinea che troppo spesso si dimenticano i tanti Africani che si battono, tra difficoltà e rischi, per la causa del continente nero, laddove invece il contributo delle star dello spettacolo occidentali viene larghissimamente pubblicizzato; chiede infine che in luogo della carità sia riconosciuta all’Africa la capacità di avviare la propria crescita.http://t3.gstatic.com/images?q=tbn:ANd9GcQaZlUwHNKoGs83K9mh7nkEXhodlhf4XKyhVKdlzY5tvTZZY78c


Le responsabilità dell’Occidente in Africa sono gigantesche, quelle delle antiche colonizzazioni e quelle del più recente e sotterraneo neo-colonialismo; gli interessi economici e politici delle potenze mondiali continuano a prevalere sulle ragioni della giustizia e dell’equità. Accecata dai vantaggi immediati (di pochi), questa scriteriata politica non riesce neppure ad intravvedere che l’Africa nera è una polveriera, che in futuro rischia di esplodere anche direttamente contro di noi. Anzi, si continua ad armarla nonostante l’embargo dell’ONU.

 

 


Oltre che dal libro di Hari, le informazioni sono tratte da:

  • Calendario-atlante De Agostini 2003
  • itablogs4darfur.blogspot.com
  • wikipedia.org (Sudan, Darfur, Conflitto del Darfur)
  • repubblica.it
  • corriere.it
  • lastampa.it
  • africa.blog.ilsole24ore.com
  • quotidianonet.ilsole24ore.com

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