Viaggio dentro la zona oscura: "Cuore di tenebra" di Joseph Conrad

Pubblicato il da vocelibera2011

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Pubblicato prima su rivista nel 1899 e poi in volume nel 1902, Cuore di tenebra (Heart of Darkness) è il più famoso dei tanti racconti e romanzi dello scrittore polacco naturalizzato inglese Joseph Conrad (Berdicev, 1857 – Bishopsbourne, 1924). Come in tutte le sue opere narrative, l’autore trae spunto dalle proprie esperienze personali per svolgere poi, in forma simbolica e allusiva, un discorso più ampio sulla condizione umana.

 

A bordo del Nellie, all’àncora sul Tamigi, il direttore delle Compagnie di navigazione e altri quattro uomini attendono le condizioni atmosferiche adatte a prendere la via del mare. Nell’oscurità della notte incombente uno di essi, Marlow, prende la parola e racconta quanto gli accadde, tempo addietro, nel cuore dell’Africa. Dopo aver navigato vari anni sui mari orientali e dopo un breve periodo di vita di terra, Marlow era stato preso dalla frenesia di percorrere un grande fiume dell’Africa ed era riuscito ad ottenere l’ingaggio come comandante di un battello fluviale. In questo modo egli ebbe la possibilità di addentrarsi in una natura lussureggiante e opprimente, tra genti non sempre pienamente “addomesticate” dai colonizzatori bianchi. Il viaggio lo mise in contatto, in particolare, con un uomo di nome Kurtz, di intelligenza brillante e sconfinata ambizione, lucido e folle al tempo stesso.

 

Tradizionalmente questo breve romanzo di Conrad, scritto in una prosa lussureggiante, a tratti anche pesante, è considerato una critica all’ambizione, all’avidità e alla crudeltà del colonialismo occidentale, che ha violato e distrutto gli equilibri del continente nero.

Cuore di tenebra si presta però anche ad altre letture. Il titolo si può riferire infatti alla zona oscura dell’animo umano: il viaggio sul fiume conduce Marlow non solo nel profondo dell’Africa, ma in realtà fino alle soglie del buio più fondo dell’anima.

Questo buio è incarnato da Kurtz, l’uomo ambizioso, avido ed esaltato, diventato una sorta di divinità per le popolazioni indigene della foresta africana, autore di un delirante opuscolo sulla necessità di civilizzare quelle popolazioni a qualunque costo, fino anche a sterminarle.

Le ultime parole di Kurtz («L’orrore! L’orrore!») sembrano mostrare che infine lui stesso abbia percepito la folle crudeltà del proprio operato e sembrano consegnarci il messaggio più autentico dell’autore: la consapevolezza delle aberrazioni di cui l’uomo è capace di macchiarsi spinto dalle proprie brame e privo dei freni della civiltà.

 

A partire dagli anni ’70 del Novecento, però, è esploso un acceso dibattito intorno a questo romanzo. Il famoso scrittore africano Chinua Achebe, infatti, pubblicò nel 1975 un saggio dal titolo L’immagine dell'Africa: il razzismo in "Cuore di tenebra", in cui accusava il romanzo ed il suo autore di razzismo e questo giudizio ha convinto una parte dei lettori.

Le popolazioni indigene sarebbero infatti delineate più simili a bestie prive di qualsiasi scintilla di umanità che ad esseri umani.

 

Questa interpretazione non sembra trovare riscontro nella narrazione, dove più di una volta si insiste sui tratti che accomunano tutti gli uomini, indipendentemente dal loro livello di civilizzazione.

Tuttavia il romanzo non è privo di ambiguità. Già nelle primissime pagine il narratore interno ricorda «i sogni degli uomini, i semi di Stati, i germi di imperi» partiti dal Tamigi verso il mondo; Marlow inoltre ritiene di aver appreso (e il seguito della narrazione rivela che il maestro è stato Kurtz) che «la conquista della terra […] non è una cosa edificante quando la si osservi troppo a lungo. Ciò che la riscatta è unicamente l’idea. […] non una pretesa sentimentale, ma un’idea; e una fede disinteressata nell’idea».

La figura di Kurtz, in effetti, è il nodo problematico del racconto: la sua brutalità e la sua follia sono più volte sottolineate da Marlow; questi però sente anche, evidentemente, il fascino sinistro di quell’uomo che si è fatto Dio. L’ambizione sfrenata che si crede civiltà, giustizia e redenzione ha reso cieco e pazzo Kurtz ed esercita un influsso nefasto che conosciamo tragicamente bene dalla storia anche più recente.

L’ultimo grido, sussurrato, di Kurtz non basta a redimerlo, e non basta neppure a scongiurare il rischio che qualcuno ancora sia conquistato da simili insensati e violenti progetti di assoggettamento e di sterminio.

 

Che quelle popolazioni nere fossero poi così fortemente arretrate da un punto di vista politico, socio-economico e tecnologico, allora come ancora adesso, è un fatto incontrovertibile. Su di esso si sente tuttora l’esigenza di una riflessione serena, scevra di pregiudizi e al tempo stesso pronta ad ammettere tutte le responsabilità per le quali esistono simili intollerabili disparità.

 

 

«Risalire quel fiume era come viaggiare indietro ai primordi del mondo, quando la vegetazione tumultuava sulla terra e alberi enormi ne erano i signori. Un fiume vuoto, un grande silenzio, una foresta impenetrabile».

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