In trappola al centro della Terra: "La caverna" di José Saramago
Nel 2001 lo scrittore portoghese José Saramago (Azinhaga, 1922 – Tías, 2010), vincitore nel 1998 del premio Nobel per la
Letteratura, pubblicò un romanzo intitolato La caverna (A caverna), nel quale si proponeva di rivisitare il celebre mito platonico.
La Repubblica del filosofo greco Platone (IV sec. a.C.) è un ampio trattato filosofico diviso in dieci libri e
composto in forma dialogica. La voce più importante dell’opera è quella del filosofo Socrate (di cui Platone era stato allievo e che spesso è protagonista dei suoi dialoghi). Proprio Socrate,
all’inizio del VII libro, narra e spiega il mito della caverna, uno dei più famosi e suggestivi tra quelli che si incontrano negli scritti di Platone.
Se alcuni uomini, fin dall’infanzia, stessero legati all’interno di una caverna, immobilizzati sul fondo in modo da non poter
neppure voltare la testa, con un fuoco acceso alle spalle, essi inevitabilmente considererebbero realtà le ombre proiettate dalle fiamme sulla parete di fronte ai loro occhi. Ma se uno di questi
prigionieri fosse liberato e uscisse alla luce, dopo un iniziale disorientamento non potrebbe non rendersi conto che la verità non è quella delle ombre, bensì quella della luce del sole e delle
stelle e di tutti gli oggetti e gli esseri che popolano il mondo fuori della caverna. Se poi questo uomo ritornasse nelle viscere della terra a liberare i compagni, rientrando nel buio sarebbe,
almeno inizialmente, goffo e insicuro a causa dell’oscurità e rischierebbe di essere deriso e addirittura ucciso dai prigionieri increduli e prevenuti.
Dunque, secondo Platone, il saggio che ha avuto accesso alla verità (rappresentata dal mondo esterno alla caverna) ha il
dovere di illuminare le menti degli altri uomini schiavi di convinzioni erronee (le ombre sul fondo della caverna), per quanto pericoloso ciò possa essere.
Nel romanzo di Saramago la caverna vera e propria compare solo negli ultimi capitoli, dopo che per circa trecento pagine si è
dipanata la storia del vecchio Cipriano Algor, di sua figlia Marta e di suo genero Marçal Gacho. All’inganno di una falsa verità, però, si allude lungo tutta la
narrazione.
Padre e figlia vivono in un paese di campagna alle porte di una non precisata città. I due svolgono entrambi il mestiere
tradizionale di famiglia, quello di vasai, e producono suppellettile casalinga che viene poi venduta al Centro, un grande complesso abitativo e commerciale che sorge a circa 30 chilometri. Marçal
invece lavora per il Centro e attende un'ambita promozione a guardiano residente che gli permetterà di trasferirsi con la moglie ed il suocero in un appartamento all’interno del Centro
stesso.
Un giorno il Centro comunica a Cipriano che non riceverà ulteriori ordinativi, poiché le sue terrecotte sono ormai sostituite
da prodotti più resistenti. Per l’anziano vasaio è un durissimo colpo, ma insieme alla figlia tenta di riconvertire la produzione del loro piccolo forno: realizzeranno statuine ornamentali. Anche
questa iniziativa non riscuote successo e ormai senza lavoro, quando il genero viene promosso, Cipriano accetta di traslocare.
Il Centro è un immenso complesso, in continua espansione, nel quale appartamenti, negozi, servizi e attrazioni di ogni tipo
rendono la vita comoda e sicura, come certamente non è al di fuori, dove dilagano povertà, disperazione e violenza. Il benessere ha però un prezzo altissimo: all’interno del Centro i bisogni e la
volontà degli abitanti vengono manipolati e uomini e donne inebetiti dal meccanismo perfetto e strettamente sorvegliato nel quale sono inseriti.
Cipriano, uomo per sua natura curioso e insofferente alle costrizioni, sensibile e pensoso, esplora il Centro in lungo e in
largo senza lasciarsi fagocitare e anzi fino a scoprire il segreto della caverna.
Il romanzo ripropone temi cari allo scrittore portoghese, in particolare, in questo caso, la critica alla società
contemporanea che massifica bisogni e comportamenti, mortificando e distruggendo l’identità e la libertà degli individui.
Più volte, inoltre, viene suggerito un confronto tra il lavoro del vasaio e l’opera della divinità che, secondo diverse
religioni, dalla terra ha plasmato l’uomo: non tanto, però, per nobilitare il mestiere di Cipriano Algor, quanto piuttosto per sminuire la (presunta) creazione di
Dio.
Dal punto di vista stilistico, la scrittura di Saramago presenta anche qui le sue consuete peculiarità ortografiche e
sintattiche: le battute dei personaggi divise semplicemente da virgole, lunghi periodi estremamente complessi, riflessioni metanarrative e osservazioni ironiche e spesso
dissacranti.
Nel complesso, comunque, questo romanzo si rivela più debole rispetto ad altri dello stesso autore.
Resta lontano dalle immagini potenti e visionarie di Cecità (1995) o anche del Saggio sulla lucidità
(2004) e la psicologia dei personaggi, fatta eccezione per Cipriano, non è approfondita. C’è inoltre un’incongruenza notevole tra le origini modeste e la
modesta cultura del protagonista e la complessità logica e ancor più linguistica dei pensieri e delle frasi che gli vengono attribuiti (i sentimenti contrastanti che il protagonista prova per la
vicina Isaura sono invece descritti ed espressi con grande delicatezza e senza tradire il realismo). La conclusione del romanzo, poi, appare piuttosto frettolosa.
Si potrebbe anche aggiungere, ma è un difetto che si riscontra anche nel capolavoro Cecità, che il ritmo narrativo è
troppo lento nella parte centrale del racconto. Soprattutto, però, l’autore avrebbe dovuto descrivere in maniera più incisiva la realtà alienante del Centro e le violenze psicologiche e fisiche
perpetrate dal sistema.
Il libro merita comunque di essere letto. Vanno rimeditati i passaggi di sapore orwelliano in cui si descrive la campagna
ormai desolata; o la Cintura Verde (nome quanto mai inappropriato!) dove sorgono le torride serre opache che producono frutta e ortaggi ormai privi di sapore; o la Cintura Industriale dall’aria
greve e soffocante; o la baraccopoli dei disperati, ai margini della città, su cui l’esercito si accanisce… La fine dei regimi totalitari europei del XX secolo, evidentemente, non ha scongiurato
il pericolo dell’omologazione, della violenza, della dittatura.
E nonostante una certa ingenuità del finale, si possono anche riscoprire l’amore e la famiglia come le chiavi per una vita più
autentica e libera.
«Tanti dèi, tra i più noti, non vollero altro materiale per le proprie creazioni, ma è dubbioso se tale preferenza rappresenti oggi per il fango un punto a
favore o un punto contro»