Ladri di bambini: "La generazione rubata" di Phillip Noyce
Nel 2002 il film Rabbit-proof Fence del regista australiano Phillip Noyce (Griffith, 1950) portava finalmente all'attenzione dell'opinione pubblica del suo
Paese e del mondo intero una tragedia troppo a lungo taciuta, quella della cosiddetta "generazione rubata". In Italia la pellicola è arrivata nelle sale appunto col titolo La generazione
rubata.
Siamo nei primi anni '30 del Novecento, nell'Australia colonizzata dagli Inglesi. Molly e Daisy sono due sorelline di sangue misto inglese e aborigeno e Gracie è loro cugina: hanno rispettivamente 14, 8 e 10 anni. Un giorno le bambine vengono strappate via alle loro madri, nel villaggio di Jigalong, e portate all'istituto di Moore River per essere educate alla cultura e ai valori dei colonizzatori. Molly però è una ragazzina intraprendente e non si arrende: vuole tornare da sua madre, al suo villaggio, alle sue abitudini; non comprende e non sopporta le preghiere che le impongono di recitare, gli esami a cui viene sottoposta, le terribili punizioni che devono subire le giovani disobbedienti. Convince dunque Gracie e Daisy a fuggire con lei in un giorno di pioggia, quando l'acqua aiuta a cancellare le tracce. Comincia così una fuga avventurosa, 2000 chilometri a piedi attraverso foreste e deserti lungo la "rete anti-conigli" che era stata eretta contro i roditori che devastavano i campi coltivati (e che dà il titolo al film). Non tutte arriveranno a casa, ma la polizia dei colonizzatori viene ridicolizzata.
La storia narrata dal film è vera ed è stata raccontata in un romanzo
(Follow the Rabbit-Proof Fence) da Doris Pilkington Garimara, figlia di Molly. Le giovanissime attrici che
interpretano le tre bambine sono veramente molto brave, molto espressive e assolutamente credibili: l'ostinazione di Molly, la tenerezza e l'ingenuità di Daisy, la fragilità di Gracie sono
interpretate in maniera molto vera e toccante.
Per decenni, nell'Australia colonizzata, gli Inglesi hanno allontanato dalle loro famiglie i
bambini di sangue misto, nati di solito dalla relazione di un bianco e di una aborigena (molti di questi bambini erano figli di violenze carnali). I piccoli venivano cresciuti ed educati in
appositi istituti oppure (meno spesso) affidati a famiglie bianche. L'intento vero, al di là della propaganda, era quello di cancellare, a poco a poco, l'identità (lingua, tradizioni, costumi) di
questo popolo autoctono e perfino l'etnia stessa degli aborigeni, considerata inferiore: attraverso ripetute unioni di mulatti con bianchi, si puntava infatti, entro la quarta generazione, alla
scomparsa dei tratti somatici tipicamente indigeni.
Questa politica è durata fino agli anni '70 del Novecento ed è stato calcolato che circa 100.000 bambini siano stati strappati al loro ambiente (non solo, pare, bambini di sangue misto bensì anche aborigeni puri). È questa la "generazione rubata" di cui racconta il film, una generazione traumatizzata dal distacco e spesso anche dalle violenze fisiche e psicologiche subite negli istituti o nelle nuove famiglie bianche.
Solo nel 2008 il governo australiano si è deciso a chiedere ufficialmente perdono. E alcuni
pensano che sia ormai troppo tardi per recuperare una cultura dimenticata e una popolazione
abbrutita.
Oggi l'Australia sta facendo i conti con questo passato vergognoso per troppi anni negato o minimizzato; ma è importante che anche il resto del mondo conosca questi eventi, che non si dimentichino mai tutte le discriminazioni, le persecuzioni e le violenze perpetrate dai civilissimi conquistatori europei su popolazioni che si sono viste strappate le terre e la dignità. E non solo in Australia.