Il sorriso dell'innocenza e della verità: "Corpo celeste" di Alice Rohrwacher
Nel 2011 è uscito il primo film diretto dalla giovane regista italo-tedesca Alice Rohrwacher (Fiesole, 1982), Corpo
celeste. Un esordio davvero notevole.
Marta ha quasi 13 anni e con la sorella diciottenne e la giovane madre è rientrata in Calabria dopo dieci anni trascorsi in Svizzera. Inquieta e curiosa come tutti gli adolescenti, Marta si scontra con una realtà diversa da quella a cui è abituata e in particolare, in occasione della cresima, incoccia in un prete ambizioso e ignorante, in una catechista frustrata e in una comunità bigotta e superficiale insieme. Spesso vediamo Marta pericolosamente affacciata a terrazze e parapetti mentre scruta attenta una realtà degradata moralmente e urbanisticamente, e a volte anche insensatamente malvagia.
Marta è una ragazzina divisa tra infanzia e adolescenza, bisognosa di affetto e di punti di riferimento, sensibile, curiosa e ritrosa, e coerente fino all'estremo. Sorride raramente, ma quando lo fa il suo è un sorriso incantevole, tenero, sincero, commovente.
Intorno a lei si muove un mondo di adulti banali, superficiali, ipocriti, frustrati, arroganti, arrivisti (con la sola eccezione della
madre): un panorama desolante ma al tempo stesso assolutamente realistico.
Lo sguardo della regista si concentra in maniera particolarmente attenta e severa sui rappresentanti della Chiesa, svelandone meschinità,
ambizioni, corruzione e volgarità che cozzano evidentemente e drammaticamente con la sacralità dei riti che si pretende di celebrare (e questo è costato alla regista, da più parti, un'accusa di
anticlericalismo).
La piccola Marta non è la sorella "sbagliata" del racconto evangelico, ma è la coscienza attenta e severa di un mondo degenerato e la speranza di un autentico rinnovamento.
La verità e la vita autentica stanno nelle parole che Marta ascolta da un vecchio parroco di un paesino dimenticato e nella vitalità di un esserino microscopico tra le dita della ragazzina.